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Giovani fragili, troppo fragili. Sul paradosso di una sofferenza che si allarga mentre la curiamo

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04.05.2026

Il governo italiano sta per attivare un servizio chiamato AscoltaMI: cinque sedute gratuite con uno psicologo, online, riservate agli studenti dell’ultimo anno delle medie e del primo biennio delle superiori. Diciotto milioni e mezzo di euro stanziati per il 2026, voucher da duecentocinquanta euro, accesso senza vincoli di reddito. Una misura ragionevole, accolta con favore dalla quasi totalità dei commentatori.

Eppure, come ha osservato Luca Ricolfi su Il Messaggero del 26 aprile 2026, basta fare due conti per accorgersi che siamo davanti a qualcosa di sproporzionato. Nemmeno destinando ogni centesimo dei fondi al pagamento delle prestazioni si riuscirebbe a coprire più del 2 per cento dei beneficiari potenziali, mentre i sondaggi indicano che oltre il 20 per cento dei giovani lamenta sintomi di ansia, depressione, disturbi alimentari, autolesionismo. Aggiungiamo che i Bes riguardano ormai un alunno su dieci e che gli insegnanti di sostegno si avvicinano al 25 per cento del corpo docente, e il quadro diventa quello di una richiesta di soccorso talmente diffusa che soddisfarla integralmente, scrive Ricolfi, costerebbe l’ordine di grandezza di una legge finanziaria.

È a questo punto che il sociologo torinese, dopo aver allineato le cifre, fa la mossa che dà al suo articolo il suo vero peso. Si chiede cioè non quanti psicologi servano, ma “che tipo di società siamo diventati”. Come è potuto accadere, in pochi decenni, che la maggior parte di noi sia divenuta incapace di affrontare con i normali sostegni della vita comune, gli amici, la famiglia, gli insegnanti, il vicinato, problemi che generazioni, cresciute in condizioni materiali assai più dure, attraversavano senza ricorrere a esperti? Quando, esattamente, i nodi dell’esistenza hanno smesso di essere materia di vita per diventare oggetto di consulenza specialistica?

La domanda di Ricolfi merita di........

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