Il lato oscuro del nuovo paradigma migratorio, “andare in Danimarca” non vale sempre la pena
L’8 agosto del 1991 la nave Vlora attraccò a Bari con ventimila albanesi a bordo, e l’Italia scoprì di colpo cosa significasse essere frontiera d’Europa. Trentacinque anni fa, c’era ancora l’Unione Sovietica, non c’era ancora l’Unione europea e Giulio Andreotti era presidente del Consiglio. Un altro mondo, in tutti i sensi. Eppure quanto si sta consumando in questi giorni a Ceuta è in diretta continuità con gli eventi di allora. A causa di questa geografia e di questa storia recente, l’Italia è giocoforza sempre stata all’avanguardia in materia di politiche migratorie. Ceuta sarà ricordato come il casus belli più plateale e drammatico che ha consentito all’Italia di sancire un cambio di paradigma in Europa. Da tempo, come ricorda la vulgata governativa, la posizione italiana rappresenta la linea guida continentale: hub nei Paesi terzi, pressioni sulla Corte europea dei diritti umani, sospensioni più o meno arbitrarie del trattato di Schengen.
Meloni si è avvalsa di alleati vecchi e nuovi: da von der Leyen, che ha avallato gli accordi di esternalizzazione, all’allora premier olandese Rutte, garante di un ecumenismo geografico Nord-Sud. Con la dipartita di Rutte,........
