Il dolore cronico può trasformarsi in una malattia. Stili di vita e cure fanno la differenza
Il dolore cronico può trasformarsi in una malattia. Stili di vita e cure fanno la differenza
Il dolore cronico può trasformarsi in una malattia. Stili di vita e cure fanno la differenza
"Il dolore cronico non è semplicemente un sintomo, ma una vera e propria malattia da trattare", lo afferma Paolo Marchettini,...
"Il dolore cronico non è semplicemente un sintomo, ma una vera e propria malattia da trattare", lo afferma Paolo Marchettini,...
"Il dolore cronico non è semplicemente un sintomo, ma una vera e propria malattia da trattare", lo afferma Paolo Marchettini, direttore Terapia del dolore e fibromialgia presso il Centro Diagnostico Italiano (CDI), Milano, e docente al master Neurofisiopatologia del dolore, università Careggi, Firenze.
"Sì, il dolore cronico non è solo un dolore che dura a lungo. Quando persiste per mesi, il sistema nervoso cambia modo di funzionare. I circuiti che normalmente servono a segnalare un danno diventano iperattivi, mentre quelli che dovrebbero spegnere il dolore perdono efficacia".
Quindi, i dolori non sono tutti uguali?
"Certamente. Se ti bruci una mano o prendi una forte botta, il dolore è acuto: una sorta di campanello d’allarme che, grazie all’istinto di sopravvivenza, stimola a sfuggire al pericolo. Altra cosa è il dolore persistente nel tempo, quello ‘cronico’, che dobbiamo sempre curare per evitare che si trasformi in una vera e propria malattia opprimente e devastante. In altre parole, il dolore cronico non è più un campanello d’allarme, ma diventa un segnale che si autoalimenta. Questo spiega perché molti pazienti continuano a soffrire anche quando il problema iniziale – una lombalgia, un trauma, un’infiammazione – si è risolto".
Il dolore cronico può diventare valutabile?
"La valutazione del dolore cronico da parte di un medico è un processo multidimensionale e spesso multidisciplinare, perché il dolore non è solo una sensazione fisica, ma coinvolge aspetti emotivi, cognitivi e sociali. Un punto fondamentale da tenere ben presente è che il dolore cronico è sempre reale, anche quando gli esami risultano normali. Non è ‘nella testa’ del paziente, ma nel sistema nervoso, che ha modificato la propria sensibilità".
"Non esiste una soluzione unica, ma strategie integrate. Il dolore cronico può essere controllato, spesso in modo significativo, ma serve un approccio su più livelli. Il percorso va costruito insieme a un medico specialista in base alla causa, alla sua localizzazione e alle caratteristiche individuali".
Professor Marchettini, quali farmaci vengono impiegati per curare il dolore?
"Per il dolore acuto l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha tracciato una strategia terapeutica che prevede tre livelli di cura: farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) e paracetamolo nel dolore lieve (i cosiddetti farmaci del primo gradino), oppioidi deboli per il dolore lieve-moderato (secondo gradino) e oppioidi forti per il dolore moderato-severo (terzo gradino). Nel caso del dolore cronico, invece, i farmaci rappresentano solo una parte della terapia. Gli analgesici sono meno efficaci. Vengono impiegati, invece, gli antidepressivi e gli antiepilettici perché modulano i circuiti del dolore, riducendo l’iperattività del sistema nervoso".
Lo stile di vita può aiutare?
"Certamente. E, anche se può apparire controintuitivo, un ruolo centrale è svolto dall’attività fisica. Muoversi è uno dei modi più efficaci per ridurre il dolore: l’esercizio fisico aiuta a ‘rieducare’ il sistema nervoso e a riattivare i meccanismi naturali di controllo del dolore".
"Il sonno è altrettanto importante. Dormire male amplifica il dolore, e nel contempo il dolore disturba il sonno. Interrompere questo circolo vizioso è uno degli obiettivi principali della terapia".
Ci sono altri ‘indizi’ che lo specialista deve saper cogliere per mettere a punto la cura migliore?
"Certo. L’ascolto del paziente deve essere ben mirato. Bisogna saper cogliere non solo i segnali del corpo, ma anche i messaggi che rimandano alla persona e alla sua storia. Oltre a uno stile di vita sregolato, alla cattiva alimentazione e alla non buona qualità del sonno, vanno individuati altri fattori come lo stress, la perdita del lavoro, un lutto, o possibili traumi precedenti. Anche psicologici. Sintomi che spesso la persona non mette in primo piano. Per esempio, avere avuto esperienze traumatiche da bambini (interventi chirurgici pesanti, incidenti, ustioni, ma anche violenze) rende più ‘fragili’ da adulti nel controllo del dolore. Questo, non perché queste persone siano meno capaci di sopportare il dolore, ma perché le vie nervose che controllano le emozioni sono le stesse che controllano la soglia del dolore. Analogamente la paura a muoversi e il disagio di sentirsi assediati dal dolore sono elementi che alimentano la percezione stessa del male".
"Innanzitutto è necessario capire il dolore per ridurlo. Non si deve mai sottovalutare l’informazione. Quando il paziente comprende cosa sta accadendo, cioè che il dolore non segnala un danno in corso, ma una disfunzione dei sistemi nervosi di controllo, cambia il modo in cui lo vive. Questo riduce la paura del movimento, evita comportamenti di evitamento e migliora la risposta alle terapie. Non è un aspetto psicologico ‘secondario’, ma parte integrante della cura".
Qual è il messaggio chiave che possiamo lanciare a chi soffre in modo cronico?
"Indubbiamente che il dolore cronico può e deve essere affrontato. Il rischio maggiore è la rassegnazione. Molti pazienti, dopo anni di tentativi falliti, pensano che non ci sia nulla da fare. In realtà, oggi sappiamo che una gestione corretta e personalizzata può migliorare in modo significativo la qualità della vita. La chiave è rivolgersi a centri o specialisti con esperienza specifica nel dolore cronico, evitando sia l’abuso di esami inutili, sia l’uso prolungato di terapie inefficaci. In definitiva il dolore cronico non va sopportato in silenzio. È una condizione che si può trattare, e spesso con risultati concreti".
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