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Certificati anti-rimpatrio, il Gip ai medici: “Scrivevate infezioni gravi, ma lasciavate gli irregolari liberi di andare in giro”

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17.03.2026

Medici in una foto di repertorio

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Ravenna, 17 marzo 2026 – Nell’interrogatorio di garanzia, gli otto medici indagati si erano avvalsi della facoltà di non rispondere affidando la loro difesa a dichiarazioni spontanee messe per iscritto. Ma nell’ordinanza cautelare, il giudice ha sottolineato che proprio quelle dichiarazioni hanno finito con il “confermare la sussistenza” del reato ipotizzato: cioè il falso ideologico per diversi certificati anti-rimpatrio.

In particolare il gip Federica Lipovscek ha messo in evidenza il fatto che gli otto in sintesi avevano constatato la non idoneità ai cpr - centri di permanenza per il rimpatrio - di fronte alla incompletezza dei dati sanitari a disposizione. Di più: il pericolo di reiterazione del reato - che il gip ha individuato per irrogare le misure interdittive - ha trovato “pieno conforto” proprio nelle dichiarazioni spontanee con cui i camici bianchi hanno ribadito di essersi attenuti al codice deontologico: il che, per il giudice, non corrisponde a verità. Ma cosa hanno di preciso detto in aula il 12 marzo scorso gli otto accusati del reparto delle Malattie Infettive?

La prima dottoressa ascoltata, ha sottolineato che a lei veniva attribuito un solo certificato: “Non è falso - ha precisato -. Ho applicato i principi di deontologia medica e di cura e tutela del paziente sulla base delle informazioni di cui disponevo in quel momento”. Poi ha depositato l’esonero Ausl dalle procedure di idoneità per i cpr. Dichiarazioni di tenore analogo, sono state rilasciate anche dagli altri sette colleghi: tutti hanno ripetuto di avere svolto il loro lavoro con passione e assoluta dedizione, seguendo le linee guida oltre ai protocolli dell’azienda. Un medico ha aggiunto una precisazione legata alla capacità di comprensione in merito a una certificazione di non idoneità: “Non mi è stato possibile raccogliere alcun dato clinico per la presenza di una barriera linguistica completa”. E ciò gli avrebbe impedito di “stabilire una idoneità per la vita in comunità ristretta”, cioè il cpr, “in scienza e coscienza”. Aveva infine aggiunto di essere stato sollecitato dalle forze dell’ordine a provvedere con rapidità: e così, per paura di un’accusa per interruzione di pubblico servizio, si era sentito in dovere di non fare altri accertamenti.

Il rispetto delle norme della deontologia medica, ha dunque occupato gran parte delle dichiarazioni difensive degli otto. Ma il gip ha ribaltato il concetto spiegando che il codice deontologico impone al medico “di curare il paziente”. Nei casi al centro dell’indagine della polizia coordinata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza, non risulta invece che quei medici abbiano attivato, a beneficio dei pazienti, “accertamenti e trattamenti necessari”. Si sono cioè limitati solo a vergare una dichiarazione di non idoneità. Per questo motivo la gravità del loro operato la si può dedurre proprio dalle dichiarazioni difensive secondo le quali - prosegue la misura restrittiva - i certificati emessi erano veri.

E qui sono stati offerti due esempi: di fonte al “rilevato pericolo di infezione da scabbia o di tubercolosi”, il medico, dopo avere emesso certificato di non idoneità al cpr, non ha preso in carico il paziente. Conseguenza: lo straniero irregolare che a detta dell’indagato poteva avere contratto infezioni gravi, è stato lasciato libero di scorrazzare sul territorio. Ciò gli avrebbe dato la possibilità - prosegue l’ordinanza - di diffondere l’infezione tra i cittadini: un aspetto - ha rilevato il gip - certamente non compatibile con i principi deontologici che animano la professione medica.

E poi tutti gli otto indagati, si sono limitati a richiamare la deontologia senza porsi minimamente il problema della legge penale violata. Aspetti, per il gip, che hanno inciso sulle esigenze cautelari. Lo stesso vale per la presenza di una consistente immigrazione irregolare: un continuo ricorso al vaglio delle condizioni di salute degli stranieri da rimpatriare di fronte a un gruppo di sanitari che - sempre per il giudice - credeva nella necessità, “a ogni costo”, di evitare l’accompagnamento ai cpr. Un’azione che è stata dedotta anche dal fitto scambio di mail tra diversi medici del reparto in questione: da quello, emerge “la volontà di accordarsi” per “respingere a priori e senza motivazione alcuna” le richieste di idoneità ai cpr. Un pericolo che per il gip non è certo venuto meno solo perché ora l’indagine è di dominio pubblico: le manifestazioni di solidarietà di colleghi ed esponenti politici hanno invece creato un contesto potenzialmente favorevole alla reiterazione del reato.

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© il Resto del Carlino