Il testamento di Ann Lee: delirio da "mistical" Papaleo jazz ma non troppo: la gita si perde
Dopo aver raccontato una segreta passione lesbica, in una realtà bucolica dell’Ottocento (“Il mondo che verrà”, a Venezia nel 2020), la norvegese Mona Fastwold sonda, nel suo terzo lungometraggio, ancora una realtà femminile, nuovamente in un passato remoto (stavolta siamo a metà Settecento), ponendo al centro dell’attenzione del racconto Ann Lee, che dopo una serie di gravidanze fallite, si appassiona al mondo quacchero degli “shakers”, setta nella quale impiega poco tempo a farsi apprezzare, da diventarne guida spirituale. Compagna di Brady Corbet, del quale ha co-sceneggiato tutti i film, Fastvold insegue la controversa esistenza di Mother Ann (come sarà poi chiamata dai suoi discepoli), che predicava una vita semplice e pacifica, la totale devozione a Dio e l’altrettanto obbligatoria assenza di rapporti sessuali, mentre la setta diventava sempre più numerosa, fino a trasferirsi dalla Manchester iniziale, negli Stati Uniti, dove ancora oggi sopravvivono alcuni adepti. Così chiamati per via del loro continuo movimento danzante durante le preghiere, in un comportamento irrefrenabilmente estatico, gli “shakers” ballano e cantano continuamente, in un apparato coreografico suggestivo, nonostante il parossismo comportamentale dei seguaci trovi soltanto una faticosa contemplazione delle loro gesta, nelle quali spicca in modo vertiginoso e incontrovertibile la performance febbrile di Amanda Seyfried, non senza ambizione da Oscar. Fastvold, insomma, ha l’ambizione di codificare un fenomeno che riesca a emergere dai suoi stessi gesti, una ritualità che elevi i corpi dai ripetitivi comportamenti e che di fatto abbracci un’adesione alla vita, tra esaltazione e sacrificio, di fatto per molti un inevitabile ostacolo. In un crescendo delirante di utopica follia, lo sguardo della regista tuttavia non riesce mai a insinuare un punto interrogativo sul fenomeno, che affiora debolmente soltanto nell’ultima parte di un film, che dura ben oltre le due ore, piuttosto estenuanti e rintronanti. Se alla fine si possono forzatamente captare i prodomi di un’America odierna, nella sua complessità sempre più incontrollata e pericolosa, “Il testamento di Ann Lee” è in definitiva un “mistical”, dramma storico in costume, che consuma ballate musicali anche melodiose di Daniel Blumberg, interessanti ma purtroppo un po’ tutte simili, mentre le invasate manifestazioni danzanti ingombrano l’azione in una persistente penombra. Girato in pellicola 35 mm (ma proiettato in 70), nella campagna fuori Budapest, regola la durezza di un mondo passato con una messa in scena spesso ipnotica, tuttavia più stordente che inquietante, scossa soltanto dall’assalto al villaggio che almeno scaccia la monotonia. Voto: 4.
UNA GITA D'EVASIONE - C’è sempre la speranza che nei film di Rocco Papaleo alla fine qualcosa s’aggiusti, rimanga in bilico in quel suo modo di narrare sghembo, fuori schema, frammentazioni jazz; e poi invece la cosa non succede. Anche qui, in quest’ultimo “Il bene comune”, storia di un ex militare oggi guida turistica, di un’attrice oggi insegnante di teatro e di quattro detenute in gita premio, l’ispirazione ci sarebbe, ma perde senso strada facendo. Se il pino loricato accende una metafora un po’ banale, il racconto gode di improvvisazioni musicali, di strappi quasi surreali, ma s’incaglia purtroppo in flashback pesanti (delle recluse) e parentesi superflue, placando purtroppo l’originalità e appiattendosi in uno schema da commedia prevedibile. Voto: 5,5.
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