La peggio gioventù schleiniana. Così i riformisti scappano dai Giovani democratici
Nostalgia per falce e martello, guai a votare Sì al referendum, kefiah per tutti e se non ci stai: “Sei un fascista”. Inchiesta sulle giovanili del Pd al tempo di Elly. I racconti dei ragazzi spintonati fuori
Piccoli Mamdani crescono. Viaggio tra i giovani pd post congresso, dove piace la patrimoniale ma non Renzi
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Forever young dem. L'odissea dei giovani del Pd
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Il monito di Fiano: "Senza un partito che li guidi, i giovani credono ad Albanese"
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"I Giovani democratici mi hanno dato del fascista solo perché voto Sì al referendum sulla giustizia, ma vi rendete conto?”. Non riesce a dimenticarselo Karim Tabti, diciassettenne pugliese, che ripercorre con il Foglio le tappe della sua permanenza nell’associazione degli under trenta del Pd: “Ho tanta rabbia repressa verso quelle persone. Mi verrebbe voglia di lanciare un tavolo fuori dalla finestra quando ricordo queste cose. Farebbero prima a cambiare nome: quel partito sta diventando tutto, tranne che democratico”. Dentro i circoli della giovanile del Pd è in corso una silenziosa epurazione. Non si usano queste parole, naturalmente. Si usa il vocabolario della coscienza politica. Si dice che qualcuno “non è allineato”, che “fa il gioco della destra”, che è, in fondo, un fascista. Lo dicono a chi vota Sì al referendum sulla giustizia. A chi non indossa la kefiah. A chi ricorda Bettino Craxi senza sputarci sopra. In questo articolo parlano molti di loro, molti degli sputacchiati. In tutta Italia. Raccontano come sotto Elly Schlein una giovanile di partito si sia trasformata in una piccola chiesa intollerante, con i suoi dogmi, le sue scomuniche e il pugno chiuso come simbolo di fede.
Sei mesi fa la giovanile del Pd, i Giovani democratici (Gd), giaceva ancora abbandonata in uno scantinato del Nazareno. La segretaria Schlein l’ha ritrovata moribonda, il commissario Lorenzo Innocenzi le ha praticato il massaggio cardiaco. Tempo un mese di flebo e riabilitazione ed ecco arrivato il congresso con una nuova segretaria nazionale: Virginia Libero. Candidatura unica, anzi blindata. Si è cercato in ogni modo di non ripiombare nel fattaccio del 2020, quando il congresso giovanile organizzato nella prima estate del Covid ha dato un risultato incerto e tutto è rimasto bloccato in mezzo a riconteggi e accuse reciproche di brogli. Il commissariamento deciso da Schlein anni dopo ha riportato ordine e disciplina in una giovanile ormai sfaldata e litigiosa, per anni sopravvissuta esclusivamente grazie alle sue sezioni locali sparse per l’Italia, che hanno mandato avanti le loro attività in totale autonomia.
Ed è proprio in quei circoli che si sono consumati i conflitti più aspri. “Più volte ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a estremisti”, ci dice un giovane democratico di Roma. Preferisce mantenere l’anonimato, come tante delle voci che abbiamo raccolto. Un po’ perché l’ambiente liceale e universitario in cui i Giovani democratici si raccolgono è ristretto e “in facoltà ci conosciamo un po’ tutti quanti”. Un po’ perché si cerca di preservare al massimo il proprio nome e non esporsi davanti a Marta Bonafoni, consigliera regionale del Lazio mandata da Schlein a fare scouting di talenti freschi nella giovanile, per spedirli in Parlamento nel 2027. Insomma: va bene la lotta tra riformismo e radicalismo di sinistra, ma perché rischiare di vedersi sbattere la porta in faccia per un’intervista?
“A noi riformisti ed ex renziani non ci vogliono”. Si ragiona sempre negli stessi schemi di quando Matteo Renzi entrò al Nazareno da rottamatore: tempi in cui chi ci parla vedeva ancora i cartoni in tv masticando la cannuccia del succo di frutta. Quel 40 per cento superato dal Pd alle elezioni europee del 2014 con la guida dell’ex premier ha convinto molti giovani a tesserarsi nella giovanile. “Ho aderito a quattordici anni e ho ottimi ricordi delle battaglie liceali e del periodo di Renzi come segretario. Poi però nel 2019 sono salito a Roma per una sessione con i Giovani democratici, e durante un incontro mi hanno accusato di essere di destra solo perché avevo espresso la mia simpatia per Bettino Craxi. In quell’anno ho deciso di andarmene”. Lo ricorda Gabriele Zammillo, pugliese classe 1999, che non a caso dopo aver lasciato il Pd è........
