Cuba e le sue sorelle. Tra miseria, narcos e tirannia gli inferni del centro America
L’Avana senza carburante. La sopravvivenza del regime ha i giorni contati e l’unica macchina rimasta efficace è quella della repressione. Cosa si muove nei Caraibi
Nel dicembre del 1971, quando nell’intervallo tra la sua seconda cacciata dalla Rai e la sua seconda riammissione si stava dedicando intensamente al giornalismo, Enzo Tortora scrisse alcune corrispondenze da Cuba per La Nazione. Lo ricorda Vittorio Pezzuto nella sua biografia "Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora", ora ristampato da Piemme in occasione della serie tv diretta da Marco Bellocchio. Sono passati appena tredici anni dalla rivoluzione di Fidel Castro, e dieci dalla sua svolta comunista, ma Tortora “si aggira per la capitale in disfacimento, ormai ridotta a un’economia di mera sussistenza in cui prospera solo il baratto (le facciate dei palazzi che si sgretolano, i vetri rotti sostituiti da cartoni, l’assenza di negozi e bar, nessun taxi, tre ristoranti in tutto dai prezzi inavvicinabili e riservati agli invitati ufficiali del partito)”. Non ci sono critiche ideologiche. La sua conclusione è “quella della tristezza, diremmo della delusione melanconica, nel raffrontare la nobiltà dei propositi, l’ideale bellezza delle premesse di una rivoluzione che purtroppo vuole invecchiare in divisa e la ferrea, spesso grottesca, metodologia con cui queste premesse vengono condotte a maturazione. Oggi ogni paese di campagna ha il suo piccolo ospedale. Oggi ogni bambino può frequentare le scuole, arrivare all’Università. Bianco o negro, non importa. Sono certo fatti positivi. Ma a nostro giudizio questi traguardi possono o potrebbero essere raggiunti benissimo senza riempire le prigioni o i campi di concentramento di Isola dei Pini, senza - in sostanza - tradire una rivoluzione che fece un giorno sperare di far progredire l’uomo più in fretta del cristianesimo e che lo ha invece fatto ripiombare di colpo nel più grigio conformismo costantiniano”.
Cinquantaquattro anni sono passati da quelle corrispondenze, diciotto dall’abbandono di Fidel Castro della testa dello stato, anche se al vertice del partito si aggrappò altri tre anni; il 25 novembre saranno 10 anni dalla sua morte, e sono passati quindici anni da quando è stata iniziata una riforma per aprire all’iniziativa privata pur col partito comunista al potere, secondo il modello di Cina e Vietnam. Ma il settore privato nel 2024 era appena il 15 per cento del pil, anche se nello stesso 2024 ha rappresentato il 55 per cento delle vendite al dettaglio: dal 4 per cento del 2020 e 44 per cento nel 2023; e tra 2021 e 2024 sono state approvate 11.046 imprese private. Non possono però avere più di cento dipendenti, e neanche operare in settori strategici come miniere, sanità, educazione, banche. Sommando i 297 mila impiegati di queste piccole e medie imprese a 602 mila lavoratori in proprio “cuentapropistas” fa più o meno un quarto della forza lavoro, che con un po’ di agricoltura privata arriva a un terzo, e le cui imposte rappresentano il 23 per cento delle entrate statali.
Piuttosto, la pretesa “apertura” è servita a far passare l’economia nelle mani dei militari. Gaesa, (Grupo de Administración Empresarial S.A.), si chiama la holding dei generali che controlla settori strategici come turismo, hotel, commercio, finanza, costruzioni, catene di supermercati, stazioni di servizio, la zona speciale di sviluppo del porto di Mariel. Le sue cifre esatte non sono note, visto che opera in condizione di assoluta opacità, e in nome del segreto militare non rende conto né all’Assemblea nazionale del potere popolare, né alla Controlloria Generale della Repubblica. Ma si stima che possa arrivare a controllare il 37 per cento del pil, e il 70 per cento della valuta estera presente nel paese.
Alla testa della Gaesa era stato il defunto generale Luis Alberto Rodríguez López-Calleja, marito della figlia primogenita di Raúl Castro, Débora Castro Espín. Sul loro figlio, il 40enne Raúl Guillermo Rodríguez Castro, son saltate fuori indiscrezioni secondo cui si sarebbe incontrato con Marco Rubio - smentite dal governo dell’Avana, ma confermate da Donald Trump. Ufficialmente guardia del corpo del nonno, da cui un soprannome di “nietisimo” (nipotissimo), ha una fama a sua volta di intrallazzatore e accumulatore di asset, anche fuori da Cuba. Molto significativo che a questo impero sotterraneo vengano attribuite aziende di spedizioni, in modo da guadagnarci sopra con gli invii dei migranti negli Stati Uniti ai parenti rimasti nell’isola. Vari commenti suggeriscono che il “nipotissimo” sarebbe stato individuato da Trump e Rubio come esponente di una lobby affarista con cui si potrebbe trattare, proprio come è stato fatto in Venezuela con i fratelli Delcy e Jorge Rodríguez.
Ma proprio il segretario di stato, che è di origini cubane a sua volta, poco prima aveva fatto alcune dichiarazioni che a cinquantaquattro anni di distanza potrebbero essere accostate ai reportage di Tortora, quasi a voler ripetere la nota frase del presentatore quando tornò per l’ultima volta in Rai dopo la disavventura giudiziaria. “Dove eravamo rimasti?”. Solo che in quel caso era la chiusura di una parentesi da incubo, mentre qua c’è un incubo che non è mai finito, ed è anzi peggiorato. “Il problema fondamentale di Cuba è che non ha un’economia”, ha sottolineato in un’intervista a Bloomberg, proprio perché quelli al potere “non sanno come migliorare la vita quotidiana della popolazione senza perdere il controllo dei settori chiave”. “Vogliono controllare tutto” e non permettono al popolo cubano di gestire alcun aspetto rilevante. Anzi, quando vengono offerte loro delle opportunità, i leader cubani “non sembrano in grado di comprenderle o accettarle in alcun modo”. “Preferirebbero essere al comando di un paese morente piuttosto che permettergli di prosperare”.
L’annuncio del 9 febbraio che gli aeroporti cubani non avevano più carburante per aerei è stato un colpo micidiale per il turismo, che rappresenta il 7 per cento del pil, impiega oltre 300 mila persone, e a........
