La bomba pop di Gucci sulle sfilate di Milano
Dunque, aveva ragione Ridley Scott. E avevamo torto noi italiani che siamo andati a cercare errori e cadute di stile in ogni singolo fotogramma di quel pastiche storico che è “House of Gucci”, che abbiamo disquisito per settimane sull’espressione trucida di Al Pacino perché no, in nulla assomigliava ad Aldo Gucci, che ci siamo sentiti tutti un po’ offesi perché in quelle due ore di banalità immerse nell’estetica mob à la Frank Sinatra leggevamo una percezione dell’Italia non consona alle nostre ambizioni. Poi, qualche ora fa, è arrivato Demna con la sua prima vera interpretazione dell’heritage Gucci, e mentre quella sorta di Stadio dei Marmi ricostruito in legno pressato e dipinto effetto travertino al Palazzo delle Scintille crollava sotto gli applausi, abbiamo preso coscienza che non è solo un cinquentenne georgiano sopravvissuto alla guerra a vederci così, ma che in fondo, e Milano con la sua estetica maranza ne è la prova più evidente, forse siamo un po’ così davvero. Non tutti, ma tanti. Non quelli che il governo etichetta come gli intollerabili “radical chic”, ma i tanti, tantissimi altri che indossano volentieri il borsello a tracolla, che mostrano senza problemi l’elastico delle mutande, che ciabattano con i mocassini piegati sotto il tallone senza problemi, che la canotta meglio se attillata e che, quando si “acchittano”, loro e “madame”, come usa dire fra i........
