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Le “colpe” secondo Meloni per la sconfitta al referendum: Gratteri, Iran, Trump. Si arena il premierato

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La premier dice "rispettiamo il voto" ma pensa "la magistratura ha costruito un partito". Ora si temono rappresaglie giudiziarie. Ci sono già effetti sulla "madre di tutte le riforme"

Meloni non basta a Meloni. E’ già tutta colpa di Trump e ha “vinto Gratteri”. Il Sì sprofonda, il No alla riforma Nordio trionfa con il 53,7 per cento. Adesso Meloni ha sete. Dice: “Rispettiamo il voto, onoreremo il mandato”, ma con Salvini e Tajani pensa: “La magistratura ha costruito un partito. Il clima era esacerbato. E’ la vittoria di Gratteri”. Si deve offrire alla piazza qualche testa per non perderla. Si parla di uomini nuovi, torna il solito   Chiocci, e si elencano le figure da tagliare: Delmastro, Bartolozzi e Santanchè. La profezia in FdI è “Meloni si incattivirà” mentre   la spiegazione della sconfitta al referendum si chiama  “Trump”.  La prima frase di Meloni è “di più non potevo fare”.  Si arena il  premierato, la legge elettorale è in bilico.  Lo spavento adesso è di destra.

A sinistra gareggiano per intestarsi la vittoria, preparano le primarie, mentre a destra si cade, si cade per la prima volta e Meloni, come diceva Renzi, è “come Akela, nel libro della Giungla: non è più imbattibile anche per il suo branco”. Meloni risponde con un video e dichiara che “la sovranità appartiene al popolo” e ammette che “gli italiani si sono espressi con chiarezza”, che “il governo ha fatto quello che aveva promesso, portare avanti una riforma che era scritta nel programma elettorale”. Di chi è la sconfitta? Meloni, Tajani e Salvini si telefonano dopo il voto. Si confrontano e pensano che a pesare sul referendum sia stata “la marcia” di questi mesi contro il governo, i pro Pal, Gratteri, e quella Carta che non si può modificare, la vera parola magica. Parlano di sconfitta “con onore”. Marina Berlusconi ha un colloquio con Tajani e gli riconosce il merito: “Onore”. Si sfila con abilità Salvini che fugge all’estero, a Budapest, da Orbán, e che ordina ai suoi parlamentari di non commentare. Fa sapere ai leghisti che l’analisi politica del voto sarà delegata a una figura di partito, dunque “non parlate”. E’ un modo per lasciare le frecce a Meloni perché per  la Lega, sul voto, “pesano i casi Delmastro, Bartolozzi, Crosetto. FdI deve fare ordine al suo interno”, mentre per FdI “c’è da fare i conti, analizzare, tutti insieme”. In Veneto il Sì trionfa ma la vittoria è sempre di Luca Zaia che ha rilasciato interviste a raffica per il Sì, ma il più salviniano, il vanto di Salvini, Alberto Stefani, si è tenuto lontano dalla disputa. In Campania e Sicilia, dove si vincono le elezioni, il dato è orribile. Al governo ne escono ammaccati e con una guerra che non hanno voluto, in Iran, con Trump che potrebbe perfino lasciare il lavoro a metà, quel Trump difeso dal governo. I costi dell’energia e lo spread si alzano e non c’è molto da inventarsi. Mancano i denari in casa e Giorgetti non ha nessuna intenzione di aprire la borsa di quel che resta. Poco. Dice il ministro Zangrillo che “non bisogna ripartire, perché non ci siamo mai fermati” e che “ora Gratteri tirerà la rete, ma meglio pesci che servi, sempre. Servi dei magistrati”. Torna il tema della legge elettorale e anche per Zangrillo “ci dobbiamo confrontare e capire se ci sono le condizioni, io penso di sì”. E’ difficile. Sarebbe un’ulteriore forzatura e l’alternativa, provare a riscrivere una legge elettorale, con le opposizioni adesso è impraticabile. Non è vero che il referendum non è politico. Dopo tre anni, il governo scopre che al sud il presepe di Meloni non piace. L’ultimo si annuncia, lo aveva detto anche Meloni, come peggiore del precedente. E si aggiunge la variabile giudiziaria. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, che è stato il volto, valoroso, del Sì, mostra un video, pubblico. Sono i magistrati della procura di Napoli, la procura di Gratteri, che ballano e cantano Bella Ciao come se fosse caduto il regime. Hanno vinto loro, le toghe, e per Mulè c’è da stare estote parati: “Ci sarà la resa dei conti dei magistrati, avvisi di garanzia. Vediamo a chi riguarderà. Ci saranno dei pensierini”. E’ un voto contro quella che in Lega è stata definita “tracotanza” di Meloni. Per quale ragione la Lega dovrebbe votare una legge elettorale che la penalizza?

In Lombardia c’è un ulteriore problema. C’è Attilio Fontana infuriato perché il governo Meloni si sta battendo poco per i fondi di coesione, perché vuole togliere competenze alle regioni sui grandi ospedali, farli diventare nazionali e lasciare alle regioni le piccole grandi seccature. Non sono mai stati fratelli di governo ma da oggi lo saranno meno. Scrive Filippo Sensi che ne capisce e che ha vissuto con Renzi cosa significa perdere un referendum: “Da oggi a Palazzo Chigi c’è un’anatra zoppa”. Avranno giornali che, anche solo per vivacità, cavalcheranno la riscossa della sinistra. Repubblica è stata ceduta a un editore greco che penserà più ai conti che agli inviti a Palazzo Chigi e Gratteri è già un volto di La7. Quattro anni fa funzionava dire “siamo gli underdog”, ma da domani Meloni è solo under. 

Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio

Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio


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