Da Rubio a Merz. Sovranità, valori e il paradosso dei due occidenti
A Monaco si confrontano due idee di Occidente: sovranità e forza da un lato, limiti e diritti dall’altro. Tra l’appello identitario del segretario di stato americano e il realismo pragmatico del cancelliere tedesco, emerge una domanda cruciale: si possono salvare interessi strategici senza sacrificare i valori che li hanno generati?
A Monaco, il tono con cui Marco Rubio si è rivolto all’Europa è quello di un padre, anzi di un figlio, severo ma benevolo. Stati Uniti ed Europa “appartengono l’una all’altra”, legati da “storia condivisa, fede cristiana, cultura, eredità, lingua, ascendenza e sacrifici” comuni.
Dopo un incipit da riconciliazione, e rimanendo nella retorica delle radici comuni, Rubio ha enfatizzato le ragioni della sua franchezza: se il messaggio è “diretto e urgente è perché esso riguarda un destino europeo inseparabile dalla sicurezza americana”.
Come quella di Vance l’anno scorso, pur con accento più gentile, la diagnosi è morale prima che geopolitica: dopo la Guerra fredda, l’occidente ha scambiato la vittoria per la fine della storia. L’idea che commercio e regole globali avrebbero sostituito interesse nazionale e confini, che la democrazia liberale si sarebbe diffusa per inerzia, che la sovranità fosse un residuo del Novecento, è un abbaglio padre di tre malattie gemelle: deindustrializzazione, delega della politica a istituzioni sovranazionali, e una “ondata senza precedenti di migrazione di massa” che mina la coesione sociale.
L’America è dunque l’ultimo baluardo dell’occidente: non la superpotenza che abbandona, ma il parente severo che scuote la spalla dell’Europa affinché non si addormenti. E, come nel lessico della nuova destra atlantica, la questione non è solo cosa difendiamo (Nato, Ucraina, deterrenza), ma chi siamo: un occidente fatto di........
