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Nessuno è perfetto. Tranne qualche battuta nei film

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09.03.2026

Dall’“odore di napalm al mattino” del colonnello Kilgore al “sei solo chiacchiere e distintivo” di Al Capone, da “è la stampa, bellezza” a “signor principe, gradisca”. Epica, ironia, paradossi e verità nelle grandi battute del cinema

In occasione della recente scomparsa di Robert Duvall non c’è stato articolo che non abbia citato: “Amo l’odore di napalm la mattina… sa di vittoria”. Sarebbe stato assurdo il contrario: si tratta una delle battute più potenti, evocative e moralmente mostruose della storia del cinema, e Duvall la recita meravigliosamente in ginocchio a torso nudo, con un enorme cappello utilizzato dagli ufficiali americani cento anni prima. Nel magnifico film di Francis Ford Coppola, scritto da John Milius e ispirato a "Cuore di tenebra" di Joseph Conrad, Duvall interpreta Bill Kilgore, un colonnello dell’esercito statunitense che obbliga due soldati a esibirsi sul surf nel pieno di violentissimi combattimenti. C’è tutto l’orrore e l’assurdità della guerra, in questa sequenza: irritato di non potersi dedicare ai surfisti, ordina un bombardamento al napalm, soccorre svogliatamente una donna vietnamita con un bambino in braccio e rimane indifferente ai fumogeni che colorano il cielo di rosa e giallo. Alle sue spalle c’è una lunga fila di prigionieri a testa china, e ovunque domina il caos e la devastazione: Benjamin Willard (Martin Sheen) lo guarda esterrefatto, e Kilgore conclude “Un giorno questa guerra finirà”.

E’ un momento di emozione e perfezione cinematografica che mi ha portato a riflettere su come funzionino le grandi battute del cinema americano: ne esistono ovviamente di straordinarie in ogni cinematografia, ma a Hollywood assumono una dimensione epica persino quando sono pronunciate in una situazione quotidiana. Prendiamo per contrasto un bel film italiano: “Tu stai lottando co la coscienza, beh, lotta ma nun t’arende” dice in C’eravamo tanto amati un indimenticabile Aldo Fabrizi, palazzinaro analfabeta e corrotto, a Vittorio Gassman, avvocato rampante che sta gettando alle ortiche gli ideali della gioventù. E’ una battuta che immortala perfettamente una situazione di degrado, ma non c’è nulla di epico, anzi prevale un fondo amaro e malinconico: “Credevamo di poter cambiare il mondo, invece il mondo ha cambiato noi”, conclude un altro personaggio. I dialoghi, scritti da Age e Scarpelli insieme a Ettore Scola, che ha firmato la regia, suscitano un sorriso triste e anche il piacere dell’intelligenza, ma non possono né vogliono generare emulazione, perché sull’ottimismo della volontà lasciano prevalere il pessimismo della ragione. Un ponte tra la cinematografia europea e quella hollywoodiana è rappresentato dal cinema di Sergio Leone, con battute dal sapore proustiano (“Cosa hai fatto in tutti questi anni?”. “Sono andato a letto presto”) e altre che ingigantiscono, spesso attraverso l’umorismo, il mito della frontiera americana: “Se premi il grilletto io cado, e se io cado si dovranno rifare tutte le mappe”. Con la recente eccezione di Paolo Sorrentino (“io non volevo solo partecipare alle feste, io volevo avere il potere di farle fallire!” o “la realtà è scadente”) il nostro cinema ci ha regalato battute che trascendono la dimensione malinconica e post epica quasi sempre all’interno di momenti non realistici, come nel caso di “Signor principe, gradisca”, pronunciata in Amarcord dalla prostituta desiderata dall’intera città che si immola a un annoiato aristocratico. Anche in questo caso ci troviamo all’interno di un mondo volutamente piccolo, nel quale il ricordo, mistificato dalla memoria, è rievocato per........

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