menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

L'Ilva, gli imprenditori e le truffe sul futuro

8 0
tuesday

Scelte politiche sbagliate, illusioni industriali e promesse irrealistiche. Ecco perchè uno dei più grandi impianti siderurgici d'Europa non esiste più e non tornerà. Il conto sociale sarà enorme e a pagarlo sarà lo Stato

Cordate farlocche, gestione disastrosa, futuro cupo. Cosa resta di Ilva

Cordate farlocche, gestione disastrosa, futuro cupo. Cosa resta di Ilva

Ciò che il governo non vede: la morte dell'Ilva e dei suoi lavoratori

Ciò che il governo non vede: la morte dell'Ilva e dei suoi lavoratori

Non solo Ilva. Ora Michael Flacks vuole acquisire anche British Steel

Non solo Ilva. Ora Michael Flacks vuole acquisire anche British Steel

L’Ilva, per come l’abbiamo conosciuta, non esiste più e non tornerà. Non per destino cinico, ma per una lunga sequenza di scelte politiche sbagliate, illusioni industriali e promesse irrealistiche. Fino a poche settimane fa il ministro Urso parlava di un piano da 8 milioni di tonnellate di acciaio “green”, con quattro forni elettrici e tre impianti Dri: un progetto da circa dieci miliardi che nessun investitore privato avrebbe mai sostenuto. E infatti è evaporato. Una Ilva davvero sostenibile, nel breve periodo, avrebbe richiesto il mantenimento degli altoforni, almeno in una fase di transizione. Ma quella strada è stata scartata per ragioni politiche e per compiacere equilibri locali. Dopo l’uscita di ArcelorMittal e il fallimento della trattativa esclusiva con il fondo americano Flacks, rivelatasi un castello di sabbia, il governo è stato costretto a riaprire i giochi in fretta e furia. Così si è tornati su Jindal, inizialmente escluso. Ma il piano indiano è molto più ridimensionato: un solo forno elettrico a Taranto, con bramme e Dri prodotti altrove, in Oman. Il risultato è inevitabile: circa 2.500 occupati tra Taranto e Genova, contro gli oltre 12 mila attuali. Il conto sociale sarà enorme. E lo pagherà lo Stato: non per rilanciare davvero l’acciaio, ma per gestire esuberi, cassa integrazione, esodi incentivati e prepensionamenti. Alla fine, più che il ministero del Made in Italy, resterà il ministero della deindustrializzazione accompagnata. 


© Il Foglio