Tanto più innalza la soglia dell'allarme sociale di altrettanto incrementa il coefficiente di convergenza tra accusatori e giudici
Discettare di fino sui contenuti della riforma sottoposta al vaglio popolare è praticamente inutile ormai, vista l’aria che tira. A torto o a ragione la campagna referendaria ha assunto la postura di una consultazione sul governo Meloni e non c’è spazio per alambicchi e minutaglie tecniche.
C’è stato un tempo in cui bene avrebbe fatto l’Anm ad ascoltare il grido di dolore che si levava da tante Camere penali, soprattutto del Mezzogiorno, per troppe contiguità tra pubblici ministeri e giudici per le indagini preliminari nel disporre catture e intercettazioni che si spingeva, talvolta, sino a un impudico “copia e incolla” che muoveva dalle informative di polizia per travasarsi nelle ordinanze custodiali.
Che la separazione delle carriere fosse o sia la panacea dei tanti problemi che affliggono il processo penale era e resta, però, una insalubre illusione . Il fatto stesso che si porti a sostegno del progetto di riforma la necessità di dare attuazione al Codice Vassalli, entrato in vigore nel 1989, testimonia quale enorme ritardo si sia accumulato su questo versante e quanto le traiettorie del processo accusatorio siano state piegate e stravolte nel tempo in modo irrecuperabile. Uno stillicidio che ha fatto franare in parte il sistema voluto quasi 40 anni or sono.
La causa principale di questo fallimento delle garanzie di terzietà naturalmente implicite – e praticamente indefettibili – in qualunque modello processuale è da cercarsi probabilmente nelle periodiche emergenze criminali del paese .
Senza le stragi del 1992-1993, senza gli attacchi terroristici di matrice islamica di inizio millennio e oltre, senza la corruzione politica, il sistema non si sarebbe conformato a logiche di sicurezza e di prevenzione e la separazione della........
