Famiglia nel bosco, una cosa seria ridotta a chiacchiera da bar
Una certa somiglianza tra Mamma Bosco, al secolo Catherine Birminghan, e mamma Caroline de “La casa nella prateria” c’è, hanno lo stesso modello di borsetta, uno splendido cestino in vimini. Le somiglianze sembrerebbero terminare qui, però, e non solo perché un bosco non è una prateria. Sembrerebbero. La celebre serie basata sui diari di Laura Ingalls ha tenuto per anni e anni incollate le famiglie davanti allo schermo: adesso, passato l’effetto Covid, a fare compagnia al caso Garlasco nelle trasmissioni televisive c’è la famiglia Trevallion, mamma papà e tre figlioli ancora nell’età bambina. Una bella favoletta, sembrerebbe. I fratelli Grimm sarebbero impazziti: “C’era una volta un mondo brutto e cattivo. Una coppia innamorata decise di abbandonarlo e rifugiarsi nella natura. In compagnia dei loro animali da cortile, costruirono nel bosco una bella capanna dove andarono a vivere con i loro tre bambini. Il mondo brutto e cattivo aveva armi tremende e subdole per lavare il cervello degli umani: libri, penne, quaderni. Mamma Bosco voleva salvare i suoi cuccioli da quei veleni, tenerli lontani, proteggerli. Erano i suoi capolavori, i frugoletti, e sarebbero rimasti per sempre attaccati alle sue gonnelle, per sempre stretti nell’abbraccio amorevole di mamma e papà. Domani non è un altro giorno, vissero tutti felici e contenti saecula saeculorum. Ma, c’è un ma, come in tutte le favole che si rispettino: ad un tratto, un bel brutto giorno, per colpa dei funghi avvelenati – perché, Madre Terra, ci hai traditi? – arrivarono gli assistenti sociali…”.
La favola in realtà è più lunga e articolata ma ormai tutti la conoscono. Tutti la rivedono, arricchiscono, strumentalizzano. Politici, nonne, opinionisti, io. C’è chi attacca gli assistenti sociali, chi chiama in causa i Rom, tutto ovviamente nel classico stile iperneobarocco dei social: parolacce, miliardi di puntini di sospensione, grammatica alternativa e molto creativa, teorie pedagogiche dell’ultimo secondo.
La favola in realtà è un racconto dell’orrore. Racconta una lettura della realtà spaventosamente inappropriata da parte di un numero consistente di individui. Non si tratta di attaccare gli assistenti sociali o un Tribunale per un operato ritenuto esagerato (in base a cosa? Alle informazioni che ognuno di noi prende dai programmi televisivi che sceglie di seguire o dai post del content creator di turno?). I bambini del bosco sono solo un capro espiatorio – prima c’era il vaccino, poi un po’ di attenzione verso i fatti palestinesi – per sfogare in pseudo anonimato rabbia e aggressività (nel caso dei social) o per assicurarsi un’ospitata in qualche programma.
Di questi bambini – dei bambini in carne e ossa – non interessa nulla a nessuno (mi riferisco alle reazioni di chi assiste e commenta, non a chi sta operando all’interno del caso). Viviamo in un paese in cui quando un figlio ci porta a casa un amico o una fidanzata vogliamo il curriculum vitae fino al terzo grado dei parenti: siamo davvero pronti – perché poi il commento deve misurarsi con la pratica – ad accogliere in casa un/a analfabeta con la madre al seguito che se proviamo a dire una parola ci zittisce forte della sua Verità? E Mamma Bosco, che tanto ha vissuto in giro per il mondo e che poi ha scelto come voleva vivere da un certo punto in poi, quali strumenti di difesa sta fornendo – donando – ai suoi bambini? Passino i funghi (anch’io da piccola una volta ho preso il mal di pancia con l’aranciata e vivevo al terzo piano di un appartamento moderno), passi la casa, passino i vestiti e i giocattoli, passi anche la resistenza alle vaccinazioni. Passi un po’ meno l’attaccamento totalizzante (il corpo non resta bambino per sempre, cresce e si ribella naturalmente, cerca modalità per soddisfare pulsioni e desideri).
Il punto non è “i figli devono stare con la madre”. Questi bambini devono poter crescere, guardarsi intorno, confermare la vita che fanno oppure decidere di cambiarla: per fare questo c’è bisogno di dosi di mondo, non di slogan. Chi decide di fare il genitore deve abdicare alla rigidità di pensiero e accettare che nuovi punti di vista potranno presentarsi, sfide relazionali, momenti critici: crescono i figli e crescono, cambiando, le nostre idee di partenza, il sogno che avevamo quando per scelta o per caso li abbiamo desiderati e poi fatti nascere.
Edmondo De Amicis scrisse un libro che pubblicò nel 1886. Si intitolava Cuore. Amatissimo da molti e odiatissimo da altrettanti, contiene una frase che forse qualcuno potrebbe far leggere a Mamma Bosco, che dovremmo rileggere anche noi: "Coraggio, piccolo soldato dell'immenso esercito. I tuoi libri son le tue armi. La tua classe è la tua squadra."
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