Una sorta di giubileo per i trent’anni dei Subsonica
Come sfuggire all’abbraccio caldo ma soffocante della nostalgia, oggi che buona parte dell’intrattenimento globale vive di revival? Se show e serie tv, libri e film, podcast e trend social, si rifugiano così volentieri nel ricordo, non serve una laurea in psicologia per intuire che il passato resta l’unico porto sicuro, per attraccare le nostre barche squassate dalle angosce quotidiane. Anche il mercato musicale, che assieme alla moda il revival l’ha inventato, mai come ora punta su tour celebrativi, reunion e anniversari – grandi karaoke della memoria in cui riscoprirsi comunità, sfuggire alla frammentazione dei consumi e illudersi di avere ancora vent’anni, "quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole".
Una sorta di giubileo subsonico in una città che, come ricorda a teatro l’autore e interprete Federico Sacchi, è restia agli abbracci. Torino avrà pure cambiato pelle, in questi tre decenni di tramonto automobilistico e aurora culturale (e gastronomica), ma resta allergica agli esibizionismi e ai red carpet. Allora forse, in questa festa mobile c’è anche la voglia di scrollarsi per una volta l’aplomb sabaudo e rivendicare con orgoglio una storia che accomuna la band e la città, nel segno del laboratorio indipendente: la storia degli ex-ragazzi di periferia che “ce l’hanno fatta” pur senza diventare superstar, e quella dell’ex-capitale defilata, che da sempre ama l'underground quanto l’understatement (rispetto alla linea ad alta visibilità Milano-Roma-Napoli).
Non a caso, grazie al batterista-ingegnere, saranno tra i primi ad aprire un sito internet, tra i primi a costruire una community web, a dialogare online coi fan… e faranno il botto anche grazie ai videoclip su Mtv – l’estetica del regista Luca Pastore, in brani come Discolabirinto, resta una delle vette italiane di questo cinema musicale breve.
Ma i Subsonica, e il loro cantore Fede Sacchi, temono la retorica del successo e sanno che le epopee rock hanno bisogno anche di bassifondi, nottatacce ed eroi improbabili. Così il nostro affabulatore alterna la documentazione dell’ascesa musicale all’intervista filmati del tour manager Ivan, un ragazzone arruolato nel clan trent’anni fa dopo una notte brava da Giancarlo – leggendario locale di quella Torino catturata da Enrico Remmert nel libro La guerra dei Murazzi. Ivan entra in scena con un dialogo degno di una serie tele-musicale.
Sai fare a botte? Sì, vado in curva con gli ultras del Toro. Sai tenere i conti? Sì, ho fatto ragioneria. Sai guidare? Sì, faccio l’obiettore sulle ambulanze della Croce Rossa. Allora sei assunto come tour manager dei Subsonica! Primo: chi cazzo sei tu? Secondo: chi cazzo sono i Subsonica? Due ore di racconto sono forse troppe, ma condensare trent’anni non è facile e la narrazione fluisce comunque godibile e curiosa, senza neppure nascondere le crepe: congiunture astrali e defezioni inattese (Pierfunk che lascia il basso a Vicio), battute d’arresto e rilanci… ma sempre nel segno di una piccola comunità di intenti e di valori, troppo solida e in fondo troppo normale per sfaldarsi sotto i dardi dell’iniqua fortuna. Un po’ come la città che la ospita.
Se lo spettacolo sorprende per fattura e da solo varrebbe un viaggio a Torino (fino al 6 aprile), supera le aspettative anche lo show musicale allestito in queste serate alle OGR: tre-ore-tre di intensità springsteeniana, una durata-monstre ma perfettamente scandita a livello scenico e musicale. Ogni sera una scaletta diversa e ospiti che cambiano (nella prima Willie Peyote, Eugenio Finardi e la cantautrice di origini palestinesi TÄRA, anche ospite del nuovo album), ma soprattutto si sentono i mesi di prove – i cinque suonano compatti e quadrati come non mai. Dopo anni a capienza ridotta, finalmente La Sala delle Fucine è stracolma di 5mila persone che cantano e ballano forsennate, davanti a un palco sviluppato in larghezza per contenere tre set affiancati: quello centrale per ospitare guest e vecchi e nuovi successi, quello a sinistra per rileggere acusticamente il repertorio (una sorprendente Tutti i miei sbagli chitarre e voce, che non avrebbe stonato in un loro Mtv unplugged), quello a destra per ripercorrere i brani degli esordi (col ritorno del “bassista prodigo” Pierfunk). Ad avvolgere il tutto un lunghissimo nastro visual di rara potenza e varietà estetica, realizzato dal collettivo High Files, che va dalle illusioni ottiche all’intelligenza artificiale, finalmente usata con sale creativo (davvero impressionante sui brani più politici). Un fatto appare chiaro già dopo mezzo concerto, anche a chi non li ascolta assiduamente: in tre decenni i Subsonica hanno accumulato un repertorio di brani efficaci e riconoscibili – che forse non sappiamo di sapere, ma poi quando partono conosciamo perfettamente – da riempirci un paio di greatest hits. Perché alla fine a restare sono sempre e solo le canzoni: Tutti i miei sbagli, Il cielo su Torino, Nuova Ossessione, Le cose che non ho, Liberi tutti, Incantevole, Aurora sogna… "questi hanno i pezzi", dicono gli amici dj. Oltre alla piccola grande intuizione di impastare il rock con la musica da ballare, cantandoci sopra in italiano.
Non sazi di tre ore di live tiratissimo, i cinque splendidi cinquantenni regalano ai superstiti altre due ore di dj set, alternandosi in consolle uno dopo l’altro. A rimarcare un altro pezzo di cultura musicale contemporanea, quella dei rave e del clubbing, a cui non solo loro devono molto – checché ne dicano certi decreti-legge.
E allora, per tornare alla domanda di partenza: qual è la strada di queste “rockstar della porta accanto” per celebrare la vita e la musica senza farsi inghiottire dalla nostalgia? Dopo una giornata di full immersion teatrale e musicale si può rispondere: rilanciare, restare curiosi e re-inventare anche il passato. Ma forse il destino era già nel nome: essere sub-sonici, volare sotto il muro del suono. Una ricognizione a bassa quota ma a largo raggio (ecco Torino che torna?), per catturare il rumore di fondo e trasformarlo in nuova energia musicale.
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