Meloni a Pulp Podcast, una rivoluzione a metà: negli utenti più delusione che sorpresa, ma segna una strada
Ci sono eventi che rappresentano uno spartiacque, determinando un prima e un dopo. L’intervento di Giorgia Meloni a Pulp Podcast si candida a essere uno di questi, ma non è detto che lo diventi realmente. Più nell’hype anticipatorio che nelle considerazioni successive sembrava che fossimo di fronte a un evento di una qualche importanza storica, almeno per lo spaccato della comunicazione politica e della sociologia della comunicazione. E certamente un elemento oggettivo di rilievo va sottolineato: per la prima volta, un presidente del Consiglio ha parlato di politica in un podcast. Non la prima volta di Giorgia Meloni in un podcast, perché fu già ospite di Diletta Leotta in “Mamma dilettante”, né la prima volta di un’alta carica istituzionale nel contenitore di Mr. Marra e Fedez: altri politici si sono cimentati recentemente, incluso un ministro degli Esteri, quale è Antonio Tajani.
Quindi la novità, a guardarla bene, è già di mezza portata e si focalizza su una combinazione di elementi molto precisa: podcast disinvolto - Presidente del Consiglio - argomenti politici - tornata referendaria. Ed è soltanto guardando la catena nel suo insieme che possiamo davvero soppesare l’esperienza.
Intanto, il podcast disinvolto è stato molto meno disinvolto. Non è un caso se dalla maggior parte dei commenti alla puntata sul canale di Pulp Podcast (l’analisi ne ha presi in considerazione 13mila, che erano stati pubblicati prima che cominciassi a scrivere) traspare la delusione degli utenti. Molti ci hanno visto un’occasione mancata additando la mancanza di contraddittorio, ma altrettanti hanno evidenziato una rottura del posizionamento del podcast, come se atmosfera e conduttori siano stati privati di una storica personalità. A tradire gli utenti sarebbe stato un assetto molto televisivo, come se una classica intervista da vecchio schermo avesse semplicemente cambiato la modalità di diffusione. La novità, quindi, è anche in questo anello a metà, e si perfezionerà quando un prodotto editoriale non sentirà il bisogno di mutare d’abito al mutare dell’ospite.
Il presidente del Consiglio, pure, è stato meno presidente del Consiglio. Meloni ha portato Giorgia, come alter ego fidato di tutte quelle volte in cui sa che dovrà parlare a qualcuno davvero poco intimo con i temi dell’attualità vasta di cui si occupano le Istituzioni. E infatti glieli spiega come farebbe un nipote che torna a casa dai nonni, e che deve anche fargli ben comprendere come si guadagna da vivere per permettergli di misurare le fatiche che fa. Giorgia spinge sull’empatia, sul mettersi nei panni di chi deve prendere decisioni “un po’ più complesse” in scenari “un po’ più complessi” (lo ripete svariate volte) di quelli che immaginiamo. E lo fa come lo faremmo forse noi all’aperitivo con gli amici: seduta comoda, mentre sistema un filo sulla manica destra del maglione, sbagliando nel dare del “tu” a Mr. Marra e perdendo la pazienza con i suoi in un fuori onda. Nei commenti al podcast c’è un filone che sottolinea questa sua capacità di cambiare registro in base all’interlocutore. Ma pure questa, diciamocelo, non è novità.
Da un punto di vista di temi, l’analisi delle conversazioni dice che il pubblico avrebbe parlato d’altro, come se il dibattito fosse stato troppo lontano da un’agenda più quotidiana (ancora una volta, fotocopia di quello che avrebbe fatto la tv). Dicono sia mancato il voto dei fuori sede al referendum, il fatto di Gaza, le considerazioni sull’economia, l’immigrazione e persino il Ponte sullo Stretto. Insomma, anche qui sembrerebbe una rivoluzione a metà, almeno nel percepito di un’audience che, però, è parte del termometro che restituisce lo stato di salute del risultato. È il terzo elemento che lascia quel che di insoddisfazione nella pancia.
Infine, gli intenti in vista della tornata referendaria. Nelle prime ore il video su YouTube ha superato il milione di visualizzazioni, molto più della media di altre puntate del podcast dopo settimane dall'uscita (Calenda VS Fratoianni 440mila visualizzazioni in un mese, Gratteri 526mila, Tajani 388mila). Negli ultimi sette giorni, sul web e sui social media, ci sono state 315.300 menzioni per Giorgia Meloni (mentre per "Fedez" 22.400 post e per "Pulp Podcast" 6.100 post), che hanno generato 4,1 milioni di interazioni con un sentiment principalmente negativo. Nelle ore successive alla messa online del podcast, invece, si sono registrate 57.900 menzioni per Meloni, che hanno generato 487.400 interazioni. L'argomento "Meloni Pulp Podcast" su Google ha avuto un volume di 10.000 ricerche nella settimana, che ha raggiunto il suo picco il 18 marzo. Su X "Fedez" è stato il trend più duraturo della giornata in classifica sia il 18 (23 ore) che il 19 marzo (22 ore). Sono numeri sufficienti per dire che si è creato un caso? Sì, certamente. Ma non sono sufficienti per stabilire che sopravvivrà a se stesso per diventare pietra miliare, né per dire che peserà sul Referendum in maniera significativa.
E però Meloni non ha sbagliato nulla, né l’hanno fatto Mr. Marra e Fedez. Ciascuno qui ha il merito di aver sperimentato e di averlo fatto per attitudine e pratica di approccio alle cose, mentre altri cedono a una diffidenza atavica. Non poche volte si è sottolineata la capacità della destra di essere maggiormente padrona dell’arte della comunicazione, e forse troppo poco si rileva quanto Fedez sia capace di mantenere alta l’attenzione intorno a sé ormai da oltre dieci anni, ininterrottamente. Non avremo visto un fatto epocale, ma abbiamo visto un pezzetto di strada che va fatta per costruirlo.
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