Il futuro dello sci tra crisi climatica e riconversione necessaria
C’è un equivoco che continua a confondere il dibattito pubblico: quando si parla di “crisi dello sci”, di quale sci stiamo davvero parlando? Non certo dello scialpinismo, del freeride, dell’escursionismo invernale, di tutte quelle pratiche leggere che stanno conoscendo una nuova vitalità proprio perché capaci di adattarsi a un clima instabile e a territori fragili. Qui il tema è un altro, ed è molto più preciso: lo sci da pista, nella sua forma industriale, fatta di impianti di risalita, piste battute, innevamento artificiale e grandi comprensori organizzati come aziende turistiche. È questo modello, non lo sci in quanto tale, a essere entrato in una crisi strutturale.
Meno neve, più infrastrutture, più rigidità
Il punto di partenza è semplice e non negoziabile: il clima sta cambiando. Le temperature aumentano, la neve naturale diminuisce, le stagioni si accorciano, l’incertezza diventa la norma. In un contesto simile, ci si aspetterebbe una riduzione della pressione antropica, una maggiore prudenza, una diversificazione delle attività. È accaduto l’opposto.
L’industria dello sci da pista ha reagito al cambiamento climatico con una fuga in avanti tecnologica: impianti sempre più grandi, sistemi sempre più complessi, innevamento artificiale trasformato da soluzione emergenziale a condizione strutturale. La neve non cade? Si fabbrica. La stagione è corta? Si allunga con i cannoni. I costi aumentano? Si investe ancora di più. Il risultato è un sistema sempre più energivoro, sempre più dipendente dall’acqua, sempre più fragile dal punto di vista finanziario. Un sistema che, per continuare a esistere, ha bisogno di quantità crescenti di risorse in un contesto che ne offre sempre meno. A questo si aggiunge un altro effetto collaterale: la concentrazione. Pochi grandi comprensori, sempre più famosi e sempre più........
