Dopo il referendum resta una sola urgenza: una giustizia giusta
Il dato più interessante di questo referendum non è il risultato. È il modo in cui è stato vissuto. Secondo un’analisi di social listening condotta da Digital Identity sulle principali piattaforme — tra cui Instagram, Facebook e TikTok — il dibattito online è stato dominato da un sentiment negativo stimabile tra il 60% e il 70%, con una crescita costante della tensione fino al voto e allo spoglio, dove ha raggiunto il picco.
La fascia più attiva è quella tra i 25 e i 34 anni, pari al 47,4% dei contributi, con una prevalenza del genere femminile. Ma il punto non è demografico: è qualitativo. Il confronto si è progressivamente trasformato in uno scontro, segnato da un linguaggio aggressivo e delegittimante, trasversale alle posizioni del sì e del no.
E mentre il dibattito si radicalizzava, il sistema reale — quello che incide sulla vita delle persone — si è inceppato definitivamente: qui non si decide più nei tempi della legge.
I Tribunali di Sorveglianza rappresentano il punto più critico. In Italia, l’arretrato complessivo tra civile e penale conta ancora milioni di procedimenti pendenti; negli uffici di sorveglianza, i tempi di definizione possono arrivare a uno o due anni anche per decisioni che dovrebbero essere rapide. La scopertura del personale amministrativo resta significativa, con carenze diffuse che in molte realtà compromettono concretamente la capacità degli uffici di funzionare.
Il risultato è evidente: migliaia di persone in misura alternativa e, in alcuni casi, un solo cancelliere chiamato a gestire volumi incompatibili con tempi certi. I magistrati — pochi e sotto organico — non riescono a smaltire le istanze; gli avvocati depositano richieste che restano ferme per mesi o anni. Non per scelta, ma per mancanza di struttura.
In questo contesto cresce anche una demotivazione diffusa: gli avvocati, costretti a confrontarsi con tempi incerti, faticano a dare risposte ai propri assistiti; ma lo stesso affanno coinvolge i magistrati, che spesso non riescono a lavorare come vorrebbero, schiacciati da carichi eccessivi e da una macchina organizzativa che non li sostiene.
Non è solo un ritardo. È una frattura tra diritto e realtà. Chi ha concluso il proprio percorso resta sospeso, senza poter chiudere la propria posizione. Le norme esistono, ma non producono effetti nei tempi previsti.
E non è una responsabilità dei singoli. È una responsabilità pubblica, legata all’assenza di investimenti, organizzazione e personale. Senza cancellerie operative e senza funzionari, il sistema non riesce a funzionare.
Per questo oggi non è il tempo delle contrapposizioni. È il tempo della responsabilità. Rafforzare il sistema significa anche tutelare chi lo tiene in piedi ogni giorno: magistrati e operatori che lavorano con serietà e senso dello Stato.
Servono interventi immediati: concorsi, assunzioni, rafforzamento degli uffici. Perché senza personale non c’è processo che tenga, senza strutture adeguate non c’è decisione che arrivi, senza organizzazione non c’è tenuta istituzionale.
E soprattutto, non nascondiamoci dietro un referendum: il problema è molto più profondo.
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