menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

La vittoria del No non risolve i problemi della giustizia

12 0
25.03.2026

Il referendum lascia un dato chiaro: la vittoria del No non risolve i problemi della giustizia, ma li lascia aperti in tutta la loro complessità.

Per di più, rischia di tradursi in un omaggio alla conservazione, rendendo ancora più difficile affrontare le riforme necessarie. L’azione della magistratura si è infatti rivelata “salvifica” politicamente per un’opposizione che ne esce rigenerata e che dovrà inevitabilmente tenerne conto. Il voto, inoltre, non è stato trasversale. È stato in larga parte polarizzato, accentuando appartenenze e schieramenti. E proprio per questo il risultato non può essere letto come una chiusura del tema, ma come la conferma della difficoltà di risolverlo. Perché il referendum interveniva su questioni tecniche, che avrebbero richiesto un confronto nel merito. E invece è stato in larga misura trasformato in uno scontro più politico e identitario.

La campagna per il No ha avuto un ruolo decisivo in questo slittamento, contribuendo a spostare il confronto dalla qualità delle riforme alla contrapposizione tra schieramenti e rendendo più difficile una valutazione libera e consapevole delle proposte.

Con una significativa eccezione: il voto degli italiani all’estero, dove è emersa una sensibilità meno condizionata dalle dinamiche più polarizzate del dibattito interno. È un segnale che merita attenzione, perché indica come, al di fuori delle contrapposizioni più rigide, esista uno spazio per una riflessione meno ideologica sul funzionamento della giustizia.

Nel complesso, tuttavia, il quadro resta quello di un Paese diviso, in cui la giustizia continua a essere terreno di scontro più che di sintesi. Ed è qui che il tema torna ad essere inevitabilmente politico. In una democrazia liberale, l’equilibrio tra i poteri non è un dettaglio tecnico, ma il fondamento stesso dello Stato di diritto. Le scelte politiche spettano ai cittadini, attraverso gli strumenti della rappresentanza e del voto.

La magistratura esercita una funzione essenziale di garanzia e controllo di legalità, ma non può trasformarsi — nemmeno indirettamente — in un attore delle decisioni politiche senza alterare questo equilibrio. È una linea di confine che va mantenuta con chiarezza, perché da essa dipende la qualità della nostra democrazia. In questo senso, il referendum ha rappresentato anche un’occasione mancata. Non perché mancasse una domanda di cambiamento — che anzi è emersa con forza — ma perché quella domanda non è riuscita a tradursi in una decisione politica capace di prevalere.

Ed è proprio questo il punto che oggi non può essere eluso. Esiste un’area significativa del Paese che si è riconosciuta in una visione riformista, garantista e liberale della giustizia. Un’area che non può limitarsi a registrare il risultato, ma che deve iniziare a organizzarsi per darsi una rappresentanza politica adeguata. Perché senza una presenza chiara nei luoghi della decisione — a partire dal Parlamento — quella domanda rischia di restare senza voce e senza capacità di incidere.

Si intravede, nel frattempo, una possibile evoluzione delle regole del gioco — a partire dalla legge elettorale — verso forme di bipolarismo sempre più accentuate e accentrate. Un assetto che richiederà anche all’area liberale e garantista una scelta di campo, e quindi il coraggio di definirsi e di lavorare con determinazione per una propria rappresentanza politica coerente. Anche perché a una certa idea della giustizia corrisponde inevitabilmente una visione della società, dell’economia e, più in generale, del rapporto tra cittadini e istituzioni.

La fase finale della legislatura rappresenta già, da questo punto di vista, un banco di prova. Si capirà se esiste ancora uno spazio per scelte riformiste e liberali, oppure  se prevarrà una logica di attesa e di posizionamento in vista della prossima campagna elettorale.

Ma il punto è un altro: il lavoro deve iniziare subito. Va costruita una rappresentanza politica capace di tradurre quella domanda in scelte concrete, ascoltando magistratura e avvocatura, ma trovando la forza, il coraggio e l’abilità politica per assumere in Parlamento — che è il luogo della sovranità popolare — le decisioni sulla giustizia.

Perché sono convinto che molti cittadini, con il loro voto refetendario, hanno espresso anche un altro concetto: vogliono che sui temi più delicati e tecnici i loro rappresentanti abbiano la forza e le competenze — anche di ascolto — per decidere in Parlamento.

I commenti dei lettori

HuffPost crede nel valore del confronto tra diverse opinioni. Partecipa al dibattito con gli altri membri della community.


© HuffPost