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Il Medio Oriente non può bruciare a oltranza

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13.04.2026

C’è un punto oltre il quale non ci si può più limitare a commentare gli eventi, a registrare l’ennesima offensiva, a inseguire una cronaca che ogni giorno aggiunge morte, paura e distruzione. Quel punto, in Medio Oriente, è stato superato da tempo. E oggi è ancora più evidente. Non è concepibile assistere a questa deriva come se fosse una condizione ordinaria della politica internazionale. Non è accettabile che la guerra continui ad allargarsi mentre arretrano il diritto, la diplomazia e perfino il valore della vita umana. Dopo l’attacco degli Stati Uniti insieme a Israele contro l’Iran, il rischio di un allargamento del conflitto è diventato ancora più grave. I negoziati si sono interrotti, le posizioni restano lontane, la tensione cresce. Ma dentro questo scenario non ci sono solo gli equilibri strategici, le rotte energetiche o gli interessi geopolitici. Ci sono le persone, ci sono popolazioni civili che continuano a pagare il prezzo più alto di scelte militari che producono altra instabilità, altra sofferenza, altro odio.

A rendere ancora più insopportabile questo quadro è ciò che continua ad accadere in Libano. Le distruzioni sono pesantissime, le morti si accumulano, intere comunità vengono colpite, le infrastrutture essenziali vengono travolte, la vita quotidiana viene spezzata. È una devastazione che non può essere normalizzata, né raccontata come un effetto collaterale inevitabile.

A rendere ancora più inquietante questo scenario pesa anche la minaccia pronunciata da Donald Trump solo pochi giorni fa, quando ha evocato l’annientamento di un’intera popolazione, alimentando nel mondo la paura concreta di un conflitto dalle proporzioni incontrollabili, fino al rischio di una guerra mondiale. In queste stesse ore arriva anche la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria, dopo anni di potere, ed è un fatto politico che parla ben oltre i confini di quel Paese. È un messaggio anche a Donald Trump e a tutti coloro che pensano di poter sostituire il dialogo, il pluralismo e la democrazia con la forza, con la paura e con una torsione autoritaria della politica. Ed è altrettanto inaccettabile l’attacco rivolto da Papa Leone XIV, colpito con parole offensive dopo avere richiamato il valore della pace e il rifiuto di minacce contro intere popolazioni. È un atto vile e vergognoso, perché colpisce non solo una figura spirituale e morale di rilievo mondiale, ma anche l’idea stessa che di fronte alla guerra si possa ancora parlare il linguaggio della coscienza, del limite e della dignità umana.

Dopo aver destabilizzato una parte del mondo con scelte scellerate e con un attacco unilaterale che ha messo il diritto internazionale in una condizione di evidente sospensione, gli Stati Uniti avrebbero oggi il dovere politico e morale di farsi protagonisti dell’azione diplomatica necessaria a costruire tregue vere e una prospettiva di pace. Proprio per questo non possono tacere né far finta di nulla di fronte a Israele mentre proseguono attacchi indiscriminati contro il Libano, tra distruzioni, morti e sofferenze civili, perché questo silenzio si traduce di fatto in un assenso politico. Qui sta una delle contraddizioni più gravi della fase che stiamo vivendo, non si può lavorare alla tregua su un fronte e lasciare che su un altro continuino la devastazione e il massacro di un popolo civile. Il diritto internazionale non può essere invocato a giorni alterni, né applicato a geometria variabile.

Il punto allora è semplice e radicale insieme. Bisogna fermare la guerra. Bisogna trovare la pace. E ognuno deve fare la propria parte. Devono farla le istituzioni internazionali, che non possono restare paralizzate. Devono farla l’Europa, l’Italia e i governi nazionali, che hanno il dovere di promuovere iniziative diplomatiche vere, credibili e immediate, non dichiarazioni di circostanza. Devono farla gli Stati Uniti, che dopo avere esercitato un ruolo diretto in questa crisi hanno una responsabilità ancora maggiore nel costruire una via d’uscita credibile. Deve farla Israele, fermando una strategia che sta producendo morte, distruzione e una lacerazione sempre più profonda dell’intera regione. E deve farla anche la società civile internazionale, continuando a tenere viva una voce di umanità, di giustizia e di pace.

Come organizzazioni impegnate nella cooperazione internazionale sappiamo bene che la pace non è una parola astratta. La pace è costruzione quotidiana di diritti, di accesso ai servizi essenziali, di lotta alle disuguaglianze, di sostegno alle donne, ai giovani, alle comunità più fragili. La pace è diplomazia, è cooperazione, è presenza umanitaria, è ascolto dei territori, è investimento nella giustizia sociale. Per questo la cooperazione internazionale non è un tema laterale, né una cornice morale da evocare solo nei momenti più difficili. È una parte essenziale di una visione politica che vuole davvero sottrarre i popoli alla logica della guerra.

Il Medio Oriente non ha bisogno di nuovi fronti aperti. Non ha bisogno di nuove prove muscolari. Non ha bisogno di una politica internazionale che consideri alcune vite sacrificabili. Ha bisogno di una svolta. Ha bisogno di coraggio diplomatico. Ha bisogno di un ritorno pieno al diritto internazionale e al principio fondamentale della tutela della vita umana.

Continuare così significa accettare che il mondo si abitui all’orrore. E a questo non possiamo, non dobbiamo, rassegnarci.

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