Il nemico dell’Europa
Chi non ha mai sentito qualcuno dire che l’Unione Europea stava per implodere o era sull’orlo di una crisi senza ritorno? In maniera simile, è stata spesso messa in discussione l’identità stessa dell’Ue. Donald Trump, il presidente dell’alleato tradizionale dell’Europa, si è detto però pronto a risolvere i problemi europei. Il suo documento sulla national security (Nss) di fine 2025, imbevuto di ideologia "America First", spiegava come gli Usa volessero “aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria”, incoraggiando, allo stesso tempo, gli alleati a promuovere una “rinascita dello spirito”.
Il paradosso è che oggi la minaccia maggiore alla stabilità europea e alle sue prospettive future proviene proprio dagli Stati Uniti. Nonostante nel lungo dopoguerra ci siano stati contrasti e ingerenze e sebbene l’antieuropeismo di alcuni opinionisti nordamericani abbia contributo a creare scetticismo senso di superiorità (peggiorato dalla guerra in Iraq, con le più grandi manifestazioni viste in Europa), in pochi avevano previsto la politica autocratica, neoisolazionista e nazionalista dei giorni nostri. Uno degli ultimi scontri si è materializzato dopo le (varie) dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia. Questo è l’ultimo capitolo di una saga fatta di numerosi attriti sul free speech, sulla disinformazione e sulle multinazionali statunitensi. Inoltre, a Washington si ritiene che le normative europee discriminino le aziende di hi-tech. Il tutto è andato braccetto con la “guerra dei dazi” sui prodotti europei.
Ciò mostra come la Casa Bianca abbia un chiaro interesse a indebolire l’Ue e i suoi valori democratici. L’imperialismo e gli atteggiamenti di Trump sono in linea con una mentalità autoritaria, ma i leader europei continuano a usare una dose sproporzionata di adulazione per compiacere il presidente statunitense. È passato agli annali il segretario generale della Nato, Mark Rutte, con il suo “daddy” rivolto al leader populista. Rutte aggiungeva pure che l’alleanza non fosse in crisi: “Stiamo davvero lavorando nella giusta direzione”. In maniera comparabile, nel discorso sullo Stato dell’Unione del 2025, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, suggeriva che noi europei avevamo ottenuto il miglior accordo possibile sui dazi, offrendo alle nostre aziende un “vantaggio” relativo. Nonostante l’Ue si fosse anche impegnata per enormi investimenti negli Stati Uniti, lei affermava che abbiamo “il miglior accordo. Senza alcun dubbio”.
Questi atti di vassallaggio non hanno alcuna utilità pratica e la leadership dell’Ue preferisce ignorare la dura realtà che l’Europa non possiamo più fidarci del nostro alleato storico. Il trumpismo mira a rimodellare l’ordine internazionale e sta distruggendo un postwar consensus (occidentale) fatto di stabilità e rispetto dei diritti umani. Non sorprende pertanto che per Trump l’Ue sia stata creata per “fregare” gli Stati Uniti.
È preoccupante, ma comunque significativo, osservare come, su questo specifico punto, il presidente statunitense provi a deformare la storia. La progenitrice dell’Ue, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (Ceca), stabilì fin da subito forti legami proprio con gli Stati Uniti, pubblicando a Washington un bollettino per il pubblico americano e i membri del Congresso e promuovendo dibattiti e programmi radiofonici. Questa alleanza è continuata quando la Ceca divenne la Comunità Economica Europea (Cee). Come suggerì il suo primo presidente, Walter Hallstein, in un discorso sponsorizzato dall’American Committee on United Europe a New York, la comunità non era una “terza forza” indipendente, ma un’alleata contro il comunismo.
Allo stesso modo, gli Stati Uniti consideravano la Comunità europea non solo come un semplice partner commerciale. Nel 1953 Dwight Eisenhower affermò che l’unificazione dell’Europa era necessaria per la “pace e prosperità” e completamente in linea con le “speranze” del Congresso. I politici americani esercitarono, infatti, influenza politica sugli europei e offrirono assistenza economica. Un’Europa occidentale “leale” era fondamentale durante la Guerra Fredda.
In sintesi, varie amministrazioni statunitensi hanno riconosciuto l’importanza dei legami transatlantici. Come riassunse il presidente Richard Nixon nel 1968: “Dalla Seconda guerra mondiale siamo legati [all’Europa] da nuovi vincoli di vitale interesse nazionale. [La Nato] è stata la pietra angolare della nostra rete di alleanze difensive”, disse, “ma ha sofferto della negligenza americana… Le nostre azioni hanno influenzato la sicurezza dei nostri partner europei senza nemmeno la cortesia di una previa consultazione… È tempo che smettiamo di impartire lezioni ai nostri partner Nato… Ciò di cui abbiamo bisogno da loro è la loro esperienza e il loro giudizio.”
L’impartire lezioni è ritornato, invece, una consuetudine. Si pensi alle dichiarazioni di J. D. Vance e Marco Rubio sulla civilizzazione europea che rischierebbe di essere distrutta dalle migrazioni o la reazione dell’Ambasciatore americano in Polonia al rifiuto di Włodzimierz Czarzasty, il presidente del parlamento polacco, alla richiesta di co-firmare la candidatura di Trump al Premio Nobel 2026 per la Pace. Donald Tusk rispondeva, in difesa di Czarzasty, che “gli alleati dovrebbero rispettarsi, non impartirsi lezioni”, ma il diplomatico americano contrattaccava con una sottintesa minaccia: “Caro Primo Ministro, Suppongo che il suo messaggio ponderato e ben articolato mi sia stato inviato per errore, perché sicuramente era destinato a … Czarzasty, le cui osservazioni spregevoli, irrispettose e insultanti sul Presidente Trump [sono] potenzialmente dannose”.
Presidenti come Eisenhower ritenevano quindi che la cooperazione fosse centrale sia per la difesa sia per la prevenzione delle crisi: pragmatismo e interessi comuni guidavano la politica internazionale, Trump invece sta destabilizzando uno dei migliori alleati. L’obiettivo è un’alleanza post-Guerra Fredda, post-democratica e nazionalista. Il presidente sembra interessato a sostenere, purché restino in posizione subalterna, solo i partiti “patriottici” europei: quelli che vogliono che l’Europa rimanga “europea”, con rigide regole migratorie e protezione delle identità nazionali. Organizzazioni sovranazionali come l’Ue dovrebbero essere indebolite perché, apparentemente, minano le libertà politiche e la sovranità nazionale, promuovono il welfare, le tutele sul lavoro e i diritti delle minoranze.
In molti rifiutano però questa visione caldeggiata dal trumpismo. I dati dell’Eurobarometro dicono che la maggioranza in Europa crede che l’accordo con gli Stati Uniti abbia svenduto i cittadini. Inoltre, i sondaggi mostrano che gli europei vogliono il budget dell’Ue speso per occupazione, istruzione e sanità pubblica. Essi credono ancora che il rispetto della democrazia, dei diritti fondamentali, della libertà di espressione e dello stato di diritto, così come la promozione dell’uguaglianza sociale, della solidarietà e del welfare, siano i maggiori punti di forza dell’Ue.
La storia insegna che le élite non dovrebbero legittimare queste tendenze autocratiche. Alcuni politici europei stanno, all’opposto, alimentando l’ego e le fantasie imperialiste di Trump e giustificando un “abuso” dei trattati internazionali. L’Ue ha la forza di porsi come una potenza economica, mandare l’economia americana in crisi e di conseguenza danneggiare Trump alle elezioni di metà mandato. Adam Tooze, in un articolo del 20 febbraio sul Financial Times, suggerisce, inoltre, che l’unico modo per far fronte alla difesa europea, in questo nuovo contesto geopolitico, non è il riarmamento nazionale ma bensì un esercito comune e una reale integrazione europea. Che siano queste le soluzioni alle “crisi” può essere argomento di discussione, ma certamente il corso della politica europea non fa presagire visioni coraggiose come quelle dei i padri fondatori all’inizio degli anni Cinquanta. Potrebbero esserci conseguenze fosche per i nostri già fragili sistemi democratici se l’UE si schiera con i populisti inclini all’autoritarismo, invece di innovarsi e, allo stesso tempo, difendere quelli che dovrebbero essere i propri valori.
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