La Basilica del Santo: una Gerusalemme in terra veneta nel nome di Antonio
Padova come nuova Gerusalemme, nel nome di Antonio. Anzi, nel nome del Santo, così celebre e a suo modo unico da divenire “il” Santo per antonomasia. Il riferimento esplicito a Gerusalemme compare già nell’Assidua o Vita prima, ossia la biografia di sant’Antonio immediatamente successiva alla sua morte, opera di un altro frate francescano.
Vi si legge che «la devozione dei fedeli cresce per il diffondersi della fulgida luce dei miracoli; ed è Dio stesso che edifica una nuova Gerusalemme, simbolo della riunificazione del popolo disperso d’Israele». E la basilica, o meglio il santuario che di Antonio custodisce le spoglie e le reliquie, fino a esserne una sorta di monumentale reliquiario, richiama con chiara evidenza l’Oriente a chi la guarda, pur dentro a un palinsesto che fonde culture e stili diversi.
A chi li può vedere e in certo modo toccare camminando sui tetti, avanzando fra le cupole, le edicole, le guglie, i campanili ottagonali e i torricini a minareto, i segni d’Oriente balzano all’occhio. Poco o nulla è pienamente visibile da terra, ma nessun elemento architettonico o decorativo è trascurato o financo casuale. Gli architetti e i lapicidi e gli scultori e i muratori e i carpentieri e i piombatori che per oltre due secoli si sono avvicendati a centinaia nei cantieri volevano ottenere in fondo solo un obiettivo: sorprendere il pellegrino.
La ricerca dell’effetto sorpresa appartiene al gioco dei materiali policromi e delle alternanze di luce e ombra, con la variazione dei toni passando dai laterizi rossi, ai blocchi di pietra calcarea bianca, a quelli di pietra grigia.
La tavolozza dei colori viene impegnata nelle più diverse configurazioni: il giro di archetti ciechi che cingono a centinaia i tamburi alla base delle cupole è sempre marcato - archetto per archetto - da una mensola in pietra bianca; le ghiere di tutti gli archi che articolano in quattro ordini i campanili sono a laterizio e calcare alternati; i capitelli che concludono le semi-colonne incorporate nel volume dei campanili sono in calcare, così come bianche sono le colonnine binate che contornano i torricini a minareto; le ghiere degli archi presentano i motivi più fantasiosi, volta a volta a freccia, a onda, a zig-zag, a triangoli, a losanghe e sempre semplicemente componendo laterizi e pietre di varie forme in modi diversi.
Non sarà improprio parlare di “arabeschi”, per evocare l’idea di un gusto orientale. Osserviamo infine che gli archi che concludono la sovrapposizione dei fori gotici a sesto acuto disposti lungo lo sviluppo dei campanili sono del tipo cosiddetto “a fiamma” o altrimenti “moresco”.
L’evocazione dell’Oriente è parte di un disegno propriamente francescano, eredità culturale e visiva delle missioni in Terra Santa e di una peculiare attitudine di grande apertura; attitudine imperniata sul precedente spiazzante dell’incontro ricercato da Francesco con il sultano d’Egitto Malik........
