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Come funziona il prestito Ue all’Ucraina, da dove arriveranno i soldi (e perché a uscirne «sconfitta» è la Germania)

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19.12.2025

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L’Europa ha dato il via libera a un prestito - di fatto, attraverso degli Eurobond - da 90 miliardi di euro per Kiev, che altrimenti sarebbe rimasta completamente senza risorse da marzo. La Germania puntava all’utilizzo delle riserve russe congelate

Alla fine è stata la Germania a fare un passo indietro, per permettere una soluzione per sostenere finanziariamente l'Ucraina anche nel 2026. Italia e Francia, sostanzialmente schierati con il Belgio, hanno mantenuto fino in fondo la loro sostanziale contrarietà all'uso delle riserve congelate russe. La Germania invece ha ritirato la propria all'idea di un debito comune europeo da 90 miliardi di euro, garantiti dal bilancio europeo, che verranno «prestati» all'Ucraina. 

L'intesa è che l'Ucraina debba rimborsare solo se la Russia accetterà di pagarle riparazioni per i danni, le uccisioni di civili e le distruzioni di guerra. 

Se la Russia non pagherà le riparazioni (come molto probabile), l'Ucraina non dovrà rimborsare l'Unione europea e il debito comune europeo sarà coperto con lo spazio che resta nel bilancio di Bruxelles.

I fondi che saranno stanziati, 90 miliardi di euro, sono sufficienti a sbloccare l'impasse finanziaria del governo di Kiev, che con marzo avrà del tutto esaurito le sue risorse. Non sono sufficienti, tuttavia, a dare all'Ucraina la visibilità a due anni che lo sblocco delle riserve russe fra 140 e 210 miliardi di euro avrebbe consentito. Solo il costo delle operazioni militari per Kiev supera ampiamente i 50 miliardi di euro all'anno e più più ci sono spese civili. 

Dunque ora l'Ucraina avrà delle risorse, ma viene meno uno degli obiettivi dell'operazione: dare al Cremlino il segnale che Kiev avrebbe potuto riarmarsi e resistere a lungo, per almeno altri due anni; questo avrebbe potuto generare una deterrenza e creare più dubbi nelle élite di Mosca sulla sostenibilità del progetto di guerra di Vladimir Putin.

La banca centrale russa, come molte banche centrali di Paesi emergenti, negli anni ha riciclato i suoi surplus da export di petrolio, gas e altre risorse naturali in valuta di riserva (la stessa in cui la Russia era pagata per il suo export). Ciò ha comportato che da Mosca si sia investito centinaia di miliardi in euro dollari e, in misura minore, yen giapponese e sterline britanniche attraverso titoli pubblici dei Paesi emittenti quelle monete. Questo denaro era detenuto in gran parte presso grandi banche commerciali in quegli stessi Paesi (nel caso degli investimenti in euro, in gran parte in Austria, Francia e Germania). Dopo la prima ondata di sanzioni scattata con l’annessione della Crimea nel 2014, Mosca aveva fortemente ridotto la quota delle proprie riserve in dollari custodite negli Stati Uniti a una somma fra circa 10 miliardi di dollari. Nel 2022, all’inizio dell’aggressione totale all’Ucraina, le quote detenute nell’Unione europea valevano circa 210 miliardi di euro, quelle in Giappone (in yen) e in Gran Bretagna (sterline) circa 20 miliardi di dollari ciascuna.
In quel momento i Paesi del G7 e dell’Unione europea presero una decisione nella quale l’Italia ebbe un peso fondamentale, grazie al ruolo dell’allora premier Mario Draghi: congelarono le riserve sovrane russe; queste restavano di proprietà della banca centrale di Mosca, tuttavia essa non ne aveva più disponibilità.........

© Corriere della Sera