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La Pascalina e l’impatto dell’IA sul lavoro, la PA e la qualità di vita

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02.07.2026

Intervista a Pierpaolo Gessa- parte1

Nell’affrontare la serie di quesiti relativi all’IA ci rifacciamo alla Pascalina. La Pascalina è la prima calcolatrice meccanica, o elaboratore di dati, inventata nel 1642 da Blaise Pascal.

A suo tempo rappresentava l’avanguardia, dove l’operatore inseriva dei dati in una macchina che consisteva in ruote dentate all’interno di ingranaggi in grado di elaborare calcoli sino a 12 cifre. Se vogliamo, l’antesignano dell’IA.

In data 2 luglio presso l’Istituto Luigi Sturzo al centro di Roma, vi è un convegno promosso da Fondazione Socialismo e Mondo Operaio che analizza l’IA e il lavoro alla luce di Magnifica Humanitas. Presiede N. Antonetti (politologo e presidente dell’istituto Sturzo), con l’introduzione di C. Pinelli (ordinario di diritto costituzionale). Intervengono M. Bentivogli, Mons. V. Paglia (Pontificia Accademia per la Vita), Don A. Ciucci e l’ex ministro T. Treu. Chiude il Sen. G. Acquaviva della Fondazione.

Prendiamo lo spunto per quest’intervista dall’articolo di Raffaele Amendola del 29/06 dove ci si pone, in un’ottica riformista craxiana, come affrontare il futuro tecnologico nel quadro dell’autonomia socialista. L’obiettivo è quello di guidare il cambiamento tecnologico piuttosto che subirlo: “Il socialismo tecnologico, oggi, ci impone di governare la transizione digitale ed ecologica non come spettatori passivi, ma come protagonisti, mettendo il progresso scientifico al servizio della collettività.” “Dovreste osare ciò che nessuno osa, dire ciò che nessuno dice, pensare ciò che nessuno pensa, cominciare ciò che nessuno realizza” (J.W. von Goethe, XIX secolo).

L’IA mostra varie sfaccettature: nella sociologia del lavoro (ciò che dovrebbe costituire un avanzamento della produttività e un rapporto migliorativo con i salari), l’impatto sociale (scuola e cultura), e l’utilizzo nelle PA con i rischi e pericoli connessi a tali strumenti. Chiediamo all’Ing. Pierpaolo Gessa che un indizio a comprendere i meccanismi dietro le quinte. Gessa, classe’ 60, nasce a Cagliari, dove, laureato in ingegneria, divide la sua carriera tra PA e dirigente d’azienda nel settore degli impianti tecnologici. Coltiva inoltre un amore per la scrittura e la filosofia, e ciò lo porta a vedere le tecnologie oltre gli orizzonti squisitamente tecnici.

*Iniziamo quindi con l’impatto che incute maggior timore. L’IA sarà in grado di generare nuovi posti sufficienti a coprire quelli che lascerà scoperti? Guardando oltre la mera crescita troviamo la buona crescita, frutto di buone gestioni, che comporta una qualità della vita. Lo stesso Amodei (Anthropic) ci mette in guardia circa un’IA che sprona la crescita ma non necessariamente le assunzioni. Diverrebbe così, più che discorso di crescita, un discorso di benefici. E quali esempi puoi darci?

Non lo sappiamo con certezza. E chi dovrebbe saperlo meglio di tutti ha cambiato idea nel giro di un anno. Nel 2025 Dario Amodei, CEO di Anthropic, lanciò l’allarme più netto del settore: l’IA avrebbe potuto eliminare metà dei lavori entry-level entro cinque anni, con una disoccupazione giovanile fino al 20%. Una previsione da “bagno di sangue del colletto bianco” disse lui stesso. Un avvertimento che veniva da dentro l’industria, non da un critico esterno — e per questo pesava di più. Un anno dopo, lo stesso Amodei ha corretto il tiro. Non più distruzione netta di posti, ma moltiplicazione della produttività: se automatizzi il novanta per cento di un lavoro, dice ora, il dieci per cento che resta si espande fino a occupare tutto lo spazio disponibile, e chi lo svolge diventa dieci volte più produttivo.

I dati, nel mezzo, raccontano una storia ambigua. Yale Budget Lab non trova finora cambiamenti significativi nella disoccupazione dei settori più esposti all’IA. Eppure, i licenziamenti tech del 2026 hanno già superato quota cento quindicimila, e aziende come Meta, Amazon e Snap citano apertamente l’intelligenza artificiale tra le cause.

Quello che interessa a me non è chi tra i ‘due Amodei’ avesse ragione. Interessa che anche l’oracolo più pessimista del settore sia arrivato, per altra via, alla stessa conclusione a cui ero arrivato io: il problema non è il numero dei posti. È la qualità di quello che resta. Crescita del PIL senza redistribuzione non è progresso, è concentrazione. La vera domanda non è se l’IA creerà lavoro a sufficienza. È se creerà buon lavoro — o se lascerà crescita a chi possiede i sistemi, e precarietà a chi li subisce.

*Cosa sta succedendo quindi in concreto con l’IA per il mondo? In Cina: i tribunali vietano i licenziamenti motivati dalla sostituibilità con l’AI. Negli ultimi mesi la Cina ha introdotto un precedente giuridico destinato a incidere profondamente sul rapporto tra lavoro umano e intelligenza artificiale. Due tribunali – Hangzhou e Pechino, città simbolo dell’innovazione tecnologica – hanno stabilito che non è legittimo licenziare un dipendente sostenendo che “il suo lavoro può essere svolto dall’AI”.

La decisione nasce da un caso emblematico: un lavoratore addetto alla verifica della qualità degli output generati da modelli linguistici è stato prima demansionato, poi licenziato, con la motivazione che l’azienda poteva sostituirlo con sistemi di intelligenza artificiale. Il dipendente ha contestato il provvedimento e i giudici gli hanno dato ragione. Secondo le sentenze, la sostituzione tecnologica non rientra tra le cause oggettive che rendono impossibile proseguire il rapporto di lavoro. L’innovazione, da sola, non può essere invocata come “cambiamento sostanziale delle circostanze” tale da giustificare un licenziamento. Le aziende devono dimostrare motivazioni diverse: crisi economica, ristrutturazioni inevitabili, cessazione dell’attività o altre condizioni previste dalla legge.

La posizione dei tribunali si inserisce in un contesto più ampio: la Cina sta affrontando una fase delicata, segnata da disoccupazione giovanile elevata, rallentamento della crescita e necessità di mantenere stabilità sociale. Per questo, il governo incoraggia l’adozione dell’AI, ma allo stesso tempo impone alle imprese responsabilità sociali: l’innovazione non può diventare un alibi per licenziamenti indiscriminati. Le sentenze sono state inserite tra i “casi tipici” della giurisprudenza cinese, una categoria che orienta l’interpretazione dei giudici in tutto il Paese. È un segnale chiaro: la transizione digitale deve essere governata, non subita. E la tutela del lavoro umano rimane un pilastro, anche nell’era dell’intelligenza artificiale. *E negli States? L’IA non basta a........

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