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L’inferno sulla statale 106 e la palude etica dell’indifferenza

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08.06.2026

​Mentre l’Italia intera si preparava a stendere i tappeti rossi per i festeggiamenti istituzionali del 2 giugno, a tirare a lucido le piazze delle grandi città e a riempirsi la bocca di parole altisonanti come “Repubblica”, “Costituzione democratica” e “diritto fondamentale al lavoro”, in un lembo dimenticato di terra calabrese, proprio sui confini naturali con la Basilicata, si consumava uno degli orrori più brutali, feroci e disumani degli ultimi anni. Quattro giovani braccianti agricoli sono stati arsi vivi all’interno di un minivan fatiscente, lasciato parcheggiato presso un distributore di carburante isolato lungo la Statale 106, un’arteria stradale già nota alle cronache per troppi drammi, ma che oggi si trasforma nel teatro di una vera e propria esecuzione di stampo mafioso.

Questi ragazzi non chiedevano privilegi, non avanzavano pretese irragionevoli; chiedevano semplicemente dignità, un briciolo di rispetto e il formale riconoscimento del proprio lavoro quotidiano. Raccoglievano le fragole, quelle che con tanta disinvoltura finiscono sui banchi dei nostri supermercati e sulle nostre tavole patinate, e lo facevano per pochissimi euro al giorno, piegati in due per dodici ore consecutive sotto un sole che in questi territori comincia già a farsi spietato e soffocante. La loro unica colpa, l’errore fatale che ha armato la mano degli aguzzini, è stato quello di aver osato alzare la testa per pretendere ciò che spetta di diritto e di fatto a ogni essere umano sulla terra, rompendo il patto di sottomissione totale imposto dai nuovi padroni della terra.

L’inferno si è scatenato nelle ultime ore del 1° giugno, quando il silenzio della campagna è stato squarciato dai fumi di un rogo doloso. Le telecamere di videosorveglianza della zona, analizzate febbrilmente dagli inquirenti, hanno ripreso una scena disumana e agghiacciante: le portiere del minivan sono state deliberatamente bloccate dall’esterno per impedire ogni via di fuga, il liquido infiammabile è stato gettato con metodica lucidità dentro l’abitacolo e le fiamme hanno avvolto tutto in pochissimi istanti, trasformando il mezzo in una trappola mortale. Una vera e propria esecuzione firmata dalle regole non scritte del terrore rurale.

​A dare l’allarme e a permettere una rapidissima svolta nelle indagini è stato l’unico scampato alla strage, il trentacinquenne afghano Taj Mohammad Alamyar, riuscito miracolosamente a salvarsi sfondando un finestrino posteriore un attimo prima che il fuoco sbarrasse ogni uscita. Ai carabinieri, tra le lacrime e con vistose ustioni su braccia e torace, ha raccontato i dettagli di un........

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