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Palco 13, non è mai troppo tardi per una prima volta

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03.10.2026

Dopo il tramonto, la giornata di lavoro era finita. Ero a Parma. Avrei potuto raccogliere le mie cose, mangiare qualcosa e tornare al bed & breakfast. Una di quelle sere nelle quali la giornata semplicemente si chiude. Non ne avevo voglia. Ho preso il telefono e ho fatto a ChatGPT una domanda molto semplice: «Cosa c’è di interessante da fare a Parma questa sera? Adesso sono le sette e tre».

Fra le risposte ce n’era una decisamente meno comoda delle altre. A Busseto, alle otto, c’era la prova aperta dell’Aida di Giuseppe Verdi, nell’allestimento creato da Franco Zeffirelli per il piccolo Teatro Verdi. Ho guardato l’orologio. Busseto non era proprio dietro l’angolo e, soprattutto, non avevo un biglietto. Ho chiesto anche quello. Non risultava possibile comprarlo online né sapere con certezza se ne fossero rimasti. A quel punto le possibilità erano due: lasciar perdere oppure partire e vedere che cosa sarebbe successo. Sono partito.

Poco prima delle otto ero davanti al teatro. Il biglietto l’ho trovato. Solo entrando mi sono reso conto di un particolare non secondario: non avevo mai visto un’opera lirica in vita mia. Come prima volta poteva andarmi peggio. Aida, Verdi, Busseto, Zeffirelli. E un teatro talmente piccolo che, quando ci si siede, si ha quasi l’impressione di essere entrati dentro lo spettacolo anziché davanti allo spettacolo. Mi ricordava le partite dell’Atalanta nel piccolo stadio di Bergamo, dove mi portava mio papà la domenica pomeriggio quando ero piccolo anche io, dopo la visita di rito alla nonno materna.

Il mio posto era nel palco numero 13, sulla sinistra guardando la scena, al primo ordine. Ed è lì che è cominciata davvero la serata. Nel palco ho trovato tre persone che non avevo mai visto prima, ovviamente. La prima è un signore nato nel 1940. Viene da un piccolo paese della Bassa, mi dice, a pochi minuti da Vidalenzo, dove nacque Carlo Bergonzi, uno dei grandi tenori del Novecento. Poi aggiunge quasi incidentalmente che Bergonzi era cugino di sua moglie, dieci anni più giovane di lui. Per quest’uomo l’opera non è un interesse. È quasi una seconda biografia. Mi racconta di aver visto Aida forse trenta volte, soprattutto all’Arena di Verona. Il soggiorno di casa sua è tappezzato di manifesti e locandine. Per tutta la vita ha ascoltato opere sui dischi in vinile. Il legame familiare con Bergonzi gli ha consentito qualche volta di avvicinarsi a quel mondo da una porta un po’ speciale.

Dell’Aida che stiamo per vedere ricorda perfettamente l’edizione del 2001. «C’era Zeffirelli». Sono passati venticinque anni. Lui e l’altro grande appassionato che condivide il palco con noi guardano le scene, i costumi, quel piccolo teatro e usano una parola che mi rimane impressa: una reliquia. Assistere ancora oggi a quell’allestimento, dicono, è quasi come trovarsi davanti a qualcosa che appartiene già alla storia dell’opera e........

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