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Tentar (un giudizio) non nuoce
Rojava, la fatica della mediazione
Martedì 17 febbraio, in Consiglio regionale, abbiamo discusso una mozione sul Rojava, l’area del nord-est della Siria storicamente abitata dai curdi, che negli anni si è conquistata una propria autonomia anche grazie al ruolo cruciale svolto nella sconfitta del califfato nero e dello Stato islamico. Nelle settimane scorse quella regione è stata oggetto di una forte pressione militare da parte del nuovo governo siriano.
La mozione, presentata da un consigliere di Alleanza Verdi-Sinistra, chiedeva solidarietà per il popolo curdo del Rojava, la condanna di ogni azione militare che colpisca la popolazione civile e il sostegno all’esperienza di autogoverno democratico presente in quell’area. È noto che la causa curda sia storicamente vicina alla sinistra, fin dai tempi del Pkk e del suo leader Ocalan, protagonista di una vicenda che coinvolse anche l’Italia.
Il tema si presta facilmente a strumentalizzazioni politiche, tanto più dopo l’accordo sottoscritto il 30 gennaio tra il governo centrale siriano e le Forze democratiche siriane guidate dai curdi. L’intesa prevede che le forze militari e le istituzioni amministrative curde, fino a quel momento di fatto indipendenti, vengano gradualmente integrate in quelle governative, cioè nel nuovo governo siriano guidato da Ahmed al-Sharaa, figura nota per il suo passato legato a gruppi appartenenti alla galassia jihadista.
È un caso diplomaticamente complesso. Non a caso l’Unione Europea mantiene una posizione prudente, mentre il governo italiano esprime vicinanza umanitaria e solidarietà alla popolazione civile, senza però riconoscere il Rojava come entità politica autonoma, tantomeno statale. L’Italia ribadisce formalmente il principio dell’unità territoriale della Siria, una e indivisibile, sostenendo soluzioni che mantengano intatti i confini siriani e l’autorità centrale di Damasco.
In un contesto del genere era facile prevedere che la mozione potesse trasformarsi in uno scontro politico. La Giunta regionale, che in aula rappresentavo, non poteva non tenere conto della posizione del governo nazionale. E tuttavia in quel territorio vivono persone che hanno contribuito in maniera determinante a una battaglia decisiva per l’Occidente, relegando nei libri di storia quello che a un certo punto era diventato il più pericoloso Stato del mondo: il califfato nero che aveva trasformato il terrorismo islamico in un’organizzazione statuale.
Che fare allora? Lasciare che la vicenda seguisse il suo corso naturale, cioè uno scontro destinato con ogni probabilità a concludersi con la bocciatura della mozione? Oppure cercare una soluzione che permettesse di affermare con chiarezza la solidarietà verso la popolazione curda del Rojava, la condanna di ogni azione militare contro i civili e l’auspicio che il processo di integrazione potesse proseguire in modo pacifico?
In queste circostanze la politica mostra ciò che ha a cuore. Gli schieramenti possono scegliere la strada dello scontro oppure quella della mediazione. Quest’ultima è possibile quando gli interlocutori, anche nel rispetto della posizione ufficiale del governo, decidono di favorirla.
Dopo gli opportuni aggiustamenti, la mozione è stata approvata all’unanimità dei consiglieri presenti in aula.
Racconto questo episodio perché è significativo di come anche su provvedimenti che possono passare quasi inosservati si giochi una partita decisiva. La politica può ridursi a uno scontro tra tifoserie, a una presa di posizione polarizzata a priori, oppure può fare la fatica di cercare un punto di equilibrio tra posizioni diverse.
Scegliere la mediazione, in questo caso per affermare il valore della solidarietà umanitaria e della pace, è un esempio piccolo ma concreto di cosa significhi provare a essere artigiani della pace. Sarebbe stato più semplice non esporsi, lasciare che le cose andassero come dovevano andare, considerare la vicenda troppo lontana per meritare uno sforzo ulteriore.
Provare invece a percorrere una strada diversa, pur sapendo che gli effetti concreti possono essere limitati, ha un valore simbolico forte. Che un’assemblea parlamentare trovi l’unanimità quando si tratta di difendere la pace e i diritti umani, ovunque nel mondo vi siano persone che subiscono oppressione, è un fatto che merita di essere sottolineato, perché non è solo un voto, è un gesto che attraversa il cinismo del tempo, è un segnale fragile e ostinato che dice che la politica può ancora scegliere da che parte stare, e quando accade non cambia forse subito il destino dei popoli, ma incrina l’abitudine all’indifferenza e apre un crinale in cui la parola torna a pesare quanto la vita di chi attende giustizia.
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