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Tentar (un giudizio) non nuoce
Quando nemmeno una madre basta
Ci sono relazioni che pensiamo indistruttibili. E invece scopriamo che possono essere attraversate da una frattura che non riusciamo a governare. Non perché l’amore venga meno, ma perché qualcosa di più forte, o più pervasivo, prende il sopravvento.
È questa la domanda che lasciano aperta Valeria e Youssef, lo spettacolo visto al Teatro Parenti, scritto da Angela Demattè e diretto da Andrea Chiodi, nato dall’incontro con Valeria Collina, madre di Youssef Zaghba, uno degli attentatori del London Bridge del 2017, che uccise, insieme ai complici, il 3 giugno, 48 persone e ne ferì decine, prima di essere abbattuto pochi minuti dopo dagli agenti armati della polizia britannica.
Una madre e suo figlio
La scena è essenziale, quasi spoglia. Non cerca scorciatoie emotive. E proprio per questo obbliga a stare dentro il punto decisivo. Il dialogo tra madre e figlio, costruito attraversando diverse fasi della loro storia, mostra come una relazione primaria possa essere progressivamente incrinata da un processo di radicalizzazione che non irrompe all’improvviso, ma si insinua e cresce fino a separare.
Valeria è una donna italiana che si converte all’islam per amore e per convinzione. Entra nella tradizione islamica con serietà, senza superficialità. E tuttavia rimane profondamente radicata in un’idea occidentale della persona, della libertà, della dignità. Youssef cresce tra due mondi, parla due lingue, vive dentro due appartenenze. Non è un estraneo. Non è un escluso. È esattamente il contrario. Ed è proprio questo a rendere più inquietante il suo percorso.
Non c’è una risposta semplice
Lo spettacolo non offre spiegazioni sociologiche né giustificazioni ideologiche. Mostra piuttosto un dato umano. A un certo punto la madre non riesce più a richiamare il figlio all’evidenza della realtà. Il legame resta, ma non basta. La parola resta, ma non incide più. È qui che il racconto assume un valore che va oltre il caso specifico.
Perché ciò che accade in questa storia riguarda una dinamica che oggi attraversa molte vite. Non solo nelle forme estreme della radicalizzazione violenta. Ma in tutte quelle situazioni in cui una persona viene progressivamente sottratta al rapporto con la realtà e con gli altri. Dipendenze, isolamento digitale, appartenenze ideologiche totalizzanti. In ciascuno di questi casi si ripropone lo stesso interrogativo. Che cosa può reggere quando la coscienza sembra cedere.
Non c’è una risposta semplice. E lo spettacolo ha il merito di non costruirne una. Ma mette a fuoco un punto essenziale. Anche quando non riesce a fermare il figlio, la madre non smette di parlare alla sua umanità. Quel richiamo non è inutile solo perché non produce l’esito sperato. Ha un valore in sé. Tiene aperto uno spazio che l’ideologia vorrebbe chiudere definitivamente.
È questo, forse, il passaggio più forte. Nel momento in cui tutto sembra perduto, ciò che resta non è una strategia, ma una testimonianza. La madre continua a dire al figlio che è più grande dell’idea che lo sta consumando. E questo, anche se non lo salva, impedisce che la realtà venga completamente cancellata.
In un tempo in cui si cercano spesso risposte immediate e soluzioni tecniche a fenomeni complessi, Valeria e Youssef riportano la questione al suo nucleo più profondo. Non basta analizzare i processi. Non basta intervenire sui contesti. C’è un livello in cui si gioca la libertà della persona che nessun dispositivo può sostituire.
Per questo il teatro, quando è così, non è un esercizio estetico. È un luogo in cui una domanda torna a essere inevitabile. Che cosa tiene l’uomo dentro la realtà, quando tutto sembra spingerlo altrove?
Non c’è risposta conclusiva. Ma c’è un dato che emerge con chiarezza. Anche quando non riesce a trattenere, un legame autentico continua a dire qualcosa di decisivo sull’umano. E forse è proprio da lì che occorre ripartire.
Parole di insegnamento
Per questo rendo omaggio a tutte le madri che, pur sperimentando la loro impotenza, non smettono di richiamare i propri figli alla dignità e al cuore della loro umanità. Un gesto che ha un senso e un valore eterno anche quando i figli non ascoltano o non sembrano voler ascoltare. Le parole vere sono un seme e restano sempre: anche quando non sembrano produrre frutto subito, misteriosamente germogliano lì dove sono state piantate o anche altrove, come le parole di Valeria diventare persino teatro e insegnamento per molti. Madri non smettete di pronunciarle! Ci sono non solo i vostri figli, ma moltitudini di figli che hanno bisogno di ascoltarle!
Madri che, pur sperimentando la loro impotenza, non smettono di richiamare i propri figli alla dignità e al cuore della loro umanità. Un gesto che ha un senso e un valore eterno anche quando i figli non ascoltano o non sembrano voler ascoltare. Le parole vere sono un seme e restano sempre: anche quando non sembrano produrre frutto subito, misteriosamente germogliano lì dove sono state piantate o anche altrove, come le parole di Valeria diventare persino teatro e insegnamento per molti. Madri non smettete di pronunciarle! Ci sono non solo i vostri figli, ma moltitudini di figli che hanno bisogno di ascoltarle!
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