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Referendum giustizia. Basta con le bugie: diciamo sì

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21.02.2026

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Referendum giustizia. Basta con le bugie: diciamo sì

L’educazione cristiana ricevuta nel movimento di Cl mi ha indotto, in questi 67 anni di appartenenza, a non assentarmi dai problemi della Chiesa e del mondo, tenendo come punto di riferimento il criterio espresso dalla Chiesa. Così, proprio per obbedienza alla Chiesa italiana, nel 1974 ho (abbiamo) partecipato attivamente alla battaglia relativa al referendum che riguardava il divorzio e nel 1981 a quello che riguardava l’aborto. 

In questi giorni ho iniziato a prendere sul serio il referendum sulla giustizia, anche a seguito dell’invito del cardinale presidente della Cei a partecipare al voto che si terrà il 22 ed il 23 marzo, circa il quale ho apprezzato il giudizio dato dalla Compagnia delle Opere. Avendo approfondito la tematica, anche nel ricordo di avere fatto per circa 40 anni l’avvocato, e tenendo anche conto di qualche incontro sul tema, vorrei esprimere alcune prime osservazioni e considerazioni e porre qualche domanda.

La prima osservazione si riferisce al fatto che non ho mai visto tante bugie come quelle che fanno girare i tifosi del no, bugie dette senza ritegno (forse in mancanza di ragioni serie) anche da persone che rivestono cariche importanti e che, quindi, dovrebbero essere misurati nell’uso delle parole.

Accenno alle due bugie più clamorose e più ripetute. La prima afferma con sdegno che la proposta di riforma anche parziale della Costituzione (“la più bella del mondo” quando fa comodo) sarebbe un attentato alla stessa Costituzione. Nulla di più falso: è lo stesso articolo 138 a prevedere la “revisione della Costituzione” ed a prevedere il complesso iter da percorrere nei casi in cui tale richiesta venga portata avanti. Noi, infatti, siamo chiamati a votare il 22 e 23 marzo proprio sulla base di quanto previsto da tale articolo. Non essendosi formata in Parlamento la maggioranza dei due terzi sulla legge di revisione riguardante la giustizia, tale legge, per diventare effettiva (e cioè promulgabile), deve essere sottoposta al referendum popolare, che, quindi, è un referendum confermativo (e non abrogativo), per la validità del quale non è necessario raggiungere il “quorum”; basta la maggioranza dei votanti, il che rende ancora più importante il voto di ciascun cittadino.

La seconda enorme bugia (o menzogna, se preferite), propagata senza vergogna e senza arrossire (di solito, sono già “rossi”), è quella secondo la quale la vittoria dei sì comporterebbe la sottomissione della giustizia al potere dei politici. Basterebbe leggere il testo della legge sottoposta a referendum e confrontarlo con l’attuale testo vigente. L’attuale testo dell’articolo 104 primo comma così recita: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere». Il nuovo articolo 104 reciterebbe così: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». Come si può vedere, in relazione ai timori circa una possibile invasione del potere esecutivo nell’attività della magistratura, la nuova legge usa le stesse identiche parole che troviamo nella Costituzione vigente.

Per questo posso dire con assoluta tranquillità che tali timori non hanno alcun fondamento e che per alimentarli occorre, per forza, ricorrere alle menzogne. A meno che non si voglia dire che già oggi, pur in presenza delle parole appena qui riportate, sia in atto una ingerenza nel potere dei giudici. Non mi pare proprio. Anzi, mi pare che oggi, semmai, sia il potere dei magistrati ad interferire pesantemente nelle prerogative del potere legislativo e di quello esecutivo. Gli esempi sarebbero troppi per enumerarli nello spazio di un articolo. Semmai, ci ritorneremo. Una cosa è certa: è la magistratura ad erodere, sentenza dopo sentenza, la roccia dei principi antropologici frutto della esperienza storica dei nostri popoli e dell’influsso della presenza cristiana.

Sorteggio e caso Palamara

Una seconda osservazione è questa: il cuore della legge di revisione di cui stiamo parlando è la separazione della carriera dei magistrati giudicanti (che normalmente identifichiamo con i “giudici”) e di quella dei magistrati requirenti (che normalmente identifichiamo con i “pubblici ministeri”). Tutte le altre norme che ci vengono proposte sono semplicemente una logica e coerente conseguenza di questa separazione. La previsione dei due Csm è totalmente coerente con il fatto che le due carriere saranno separate e che, quindi, è giusto che siano governate da due organi di garanzia uguali nelle funzioni, ma diversi nella loro composizione, riguardando due “categorie” diverse di operatori. Da notare che entrambi i Csm continueranno ad avere come presidente il Capo dello Stato.

Appare coerente anche la creazione di uno speciale organo per decidere circa le problematiche disciplinari; un organo, cioè, il più distaccato possibile dalle influenze “politiche” che potrebbero determinare delicate decisioni che investono la vita delle persone. Tale organo è stato denominato, forse un po’ pomposamente, “Alta Corte Disciplinare”.

Pare che la maggioranza di chi voterà no critichi soprattutto la previsione secondo la quale d’ora in poi i membri del Csm e dell’Alta Corte verrebbero scelti mediante sorteggio. Anche questa, invece, mi sembra una scelta logica rispetto alla preoccupazione che quei due organi siano il meno possibile influenzati dai giochi delle correnti esistenti tra i magistrati, come purtroppo è successo per tanti anni. La vicenda Palamara ha clamorosamente dimostrato tutto ciò. Il sorteggio, comunque, avverrebbe tra persone competenti e su di una base che già avrà superato esami di qualità. Peraltro, il “sorteggio” non è una idea nuova tirata fuori apposta in questa occasione. Esiste già il sorteggio in almeno tre casi: quando si deve integrare la Corte Costituzionale negli eventuali procedimenti di messa in stato d’accusa del Capo dello Stato; quando si deve comporre il Tribunale dei ministri e quando si devono selezionare i giudici popolari delle Corti d’Asside. Mi pare, quindi, che vi sia grande coerenza logica nella legge che viene sottoposta al referendum, coerenza che deriva, ripeto, dal fulcro della legge, che riguarda la separazione delle carriere.

Premesso che l’unione delle carriere venne definitivamente formalizzata nel 1941, per iniziativa del ministro della giustizia di allora, non propriamente democratico, anzi fascista, mi pare che la separazione sia assolutamente positiva per molti motivi, di cui qui riporto solo i titoli: innanzi tutto il buon senso che vuole che l’arbitro sia neutrale rispetto alle parti in causa; poi il fatto che la separazione è prevista in tutti gli Stati a conduzione democratica (peraltro, esiste anche nella Città del Vaticano); poi perché l’attuale articolo 111 della Costituzione già prevede che «ogni processo si svolge nel contradditorio tra le parti, davanti al giudice terzo e imparziale»; poi perché nel 1989 è stato introdotto in Italia il processo “accusatorio”, il quale presuppone la distinzione netta tra pm e giudice.

In pratica la separazione delle carriere non fa che applicare fino in fondo quanto già previsto dalla stessa Costituzione e dalle leggi processuali. Si può dire che la legge sottoposta al giudizio popolare non fa che completare quanto previsto dal resto della nostra Costituzione. Si tratta, quindi, di una proposta assolutamente costituzionale!

Come fa un importante procuratore del nostro Paese a dire che solo le persone per bene voteranno per il no, mentre per il sì voteranno i massoni deviati e i mafiosi? Prima che lui parlasse, io personalmente, insieme ad un bel gruppo di amici, mi ero già espresso ufficialmente e pubblicamente per il sì di fronte ad un notaio. Anch’io, quindi, rientrerei nelle categorie indicate da quell’incredibile magistrato? Potrei addirittura querelarlo. Ma penso che non lo farò per non dargli altra visibilità.

La seconda domanda è più dolorosa per me, perché coinvolge la realtà che ho più cara e cioè la Chiesa. Ho deciso di impegnarmi a fondo nel referendum, ripeto, anche per l’invito in tal senso della Cei, la quale, peraltro, ha anche precisato che non intende dare indicazioni di voto, lasciando la responsabilità a ciascun fedele. Ne ho preso atto e mi sono impegnato personalmente, insieme agli amici ed in questa sede inizio a dire le ragioni logiche e di coscienza che mi faranno votare sì. Ora leggo che il vice presidente della Cei parteciperà, a nove giorni da quella del voto, al congresso della corrente di Magistratura democratica, che costituisce la punta più avanzata di coloro che invitano a votare no. Mi chiedo: perché questo comportamento che, nei fatti, indica con un gesto la propria preferenza, indipendentemente dalle parole usate? Per “par condicio”, qualche autorevole rappresentante della Cei parteciperà a qualche convegno indetto dai sostenitori del sì? Che cosa vuole realmente la Chiesa italiana?

Da parte mia, dico, senza ambiguità, la mia libera e meditata decisione di cittadino e di cattolico di votare sì, anche perché non vedo un solo motivo per seguire coloro che invitano a votare no, i quali, infatti, sono costretti a ricorrere a motivazioni “politiche” che non hanno nulla a che fare con il contenuto della legge su cui dobbiamo pronunciarci. E invito ad andare votare, perché il tema della giustizia riguarda tutti e non solo gli addetti ai lavori. Tutti abbiamo bisogno di giudici terzi e imparziali.

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