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Referendum. Non serve schierare monsignor Savino per il no, lo ha già fatto lui
Gentile direttore, ho letto il suo articolo su mons. Savino e sulla riforma Nordio, nel quale lei sostiene che sarebbe «tutto più chiaro» se il vescovo dicesse esplicitamente no, contestando la sua scelta di intervenire senza trasformare la presenza pubblica in indicazione di voto.Le scrivo da laico, proprio per dire una cosa semplice: la chiarezza non coincide sempre con una dichiarazione di voto. Esiste una parola pubblica che può essere netta sui princìpi e prudente sulle consegne di voto. Ridurre questa distinzione a reticenza mi pare una semplificazione polemica più che un argomento.Nel suo pezzo, inoltre, il riferimento ai poveri, ai fragili e ai meno garantiti viene trattato come una «scusa fiacca». Eppure è esattamente lì che la discussione si fa seria: perché le riforme non vivono solo nella correttezza dell’iter, ma nei loro effetti concreti su chi ha meno voce, meno strumenti, meno protezione. La procedura conta, certo. Ma non basta a esaurire il merito.Capisco la richiesta del “sì sì, no no”. Meno convincente è l’uso di quel richiamo come grimaldello per forzare tutti dentro uno schema binario di appartenenza. In una democrazia adulta, il dissenso si contesta nel merito; non si archivia come fumosità solo perché non parla la lingua degli schieramenti.Da laico, aggiungo una postilla: difendere uno spazio pubblico non isterico dovrebbe interessare tutti, anche chi ha posizioni opposte. Perché quando si pretende trasparenza dagli altri, ma si legge ogni sfumatura come opacità, il rischio è che resti visibile solo una cosa: la volontà di incasellare prima ancora di capire.E infine, con un sorriso: se per essere considerati interlocutori seri bisogna prima entrare nella lista dell’organizzazione ciellina, magari pubblicate il modulo. Altrimenti continueremo a farci una domanda più semplice: quando finisce il confronto e comincia la selezione per affinità? Con rispetto,Angelo Palmieri
Da laico a laico: scusi, che c’entrano Cl, il modulo, l’affinità? Qui non siamo al casting delle appartenenze. Lei divaga in modo antipatico senza stare sul punto di una discussione che riguarda un referendum costituzionale.
Lei dice che «non basta esaurire il merito» e qui prende una cantonata. Perché è proprio il merito della riforma su cui lei è chiamato ad esprimersi e a dire il suo sì o il suo no. Non il contorno, non le intenzioni attribuite, non le metafore morali. Il testo, le norme, le conseguenze giuridiche. Su questo, per evitare di tediare chi ci legge, rimando agli articoli che abbiamo scritto negli ultimi sei mesi e negli ultimi trent’anni, visto che è da trent’anni che ci occupiamo del tema. Cioè da quando siamo nati: era il 1995, in piena Tangentopoli, quando i giornali che si opponevano alla rivoluzione giudiziaria e al moralismo giacobino erano meno delle dita di una mano.
E veniamo alla nostra critica a monsignor Savino, il quale, partecipando a un evento organizzato da Magistratura democratica (la corrente più a sinistra delle toghe), durante una campagna referendaria, in cui sin dal titolo e dai nomi dei partecipanti è chiaro quale sia l’intento, fa una scelta di parte. A meno di prenderci in giro, è lampante il fatto che monsignor Savino, per il solo fatto di essere presente a quell’incontro, si schieri. Per noi è del tutto legittimo che lo faccia: è un cittadino italiano che ha le sue opinioni politiche ed è libero di esprimerle pubblicamente. D’altronde, non è la prima volta che lo fa: è intervenuto criticamente anche sul premierato, sull’autonomia differenziata, sul fine vita. Ha detto la sua sul diritto degli omosessuali di amarsi «a livello intimo». Libero lui di esternare su quel che vuole, liberi noi di discuterne.
I problemi, a questo punto, sono due.
Il primo è che il motivo per cui Savino dice di intervenire – la difesa di una Costituzione minacciata nelle tutele dei «poveri, dei fragili, dei meno garantiti» – non trova riscontro nel testo della riforma. Dove, di grazia, la legge Nordio fa questo? Me lo si dica, perché io non trovo una singola modifica che giustifichi tale preoccupazione. E lo si spieghi, oltre a me, anche a tutti quei costituzionalisti (l’ex presidente della Consulta, Augusto Barbera, in primis) che tale pericolo non avvertono; e lo si spieghi al capo dello Stato Sergio Mattarella e agli attuali componenti della Consulta che non hanno ravvisato profili tali da impedire il voto referendario. Se davvero fossero messe repentaglio tali tutele, lei pensa che Mattarella non si sarebbe opposto? Davvero dovremmo credere che un pericolo così grave sia sfuggito a tutti, tranne che ai sostenitori del no e a monsignor Savino?
Si tratta, evidentemente, di un abbaglio. Ma usare tale argomentazione – le faccio notare – non significa divagare sui massimi sistemi o lanciare un messaggio super partes rispetto al merito della contesa: significa parteggiare per uno dei due fronti. Tant’è vero che tale argomentazione è usata dai sostenitori del no. Quindi non sono io a incasellare monsignor Savino in uno schieramento: ha fatto tutto lui da solo.
È legittimo, ripetiamo, ma qui arriviamo al secondo problema che riguarda il “parlare chiaro”. Monsignor Savino usa la lingua di legno. Si trincera dietro la scusa che il suo non è un intervento in favore di una parte e che lui, addirittura, non dirà se voterà sì o no perché «un vescovo ha il dovere di custodire l’unità della comunità, non di polarizzarla». Lodevole intenzione, ma il succo del ragionamento è che lui può schierarsi, però nessuno può criticarlo perché sostiene di non schierarsi. Gli piace vincere facile, insomma.
Suvvia, sono quasi in imbarazzo a dover spiegare l’ovvio e confido che ogni lettore sappia trarre le logiche conclusioni. A noi interessa moltissimo che ci sia «uno spazio pubblico non isterico» dove chi dissente possa esprimersi. Il modo migliore perché ci sia questo spazio è chiamare le cose con il loro nome. Senza reticenze, senza ipocrisie e senza sorprendersi se, poi, qualcuno risponde entrando nel merito.
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