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Il referendum, l’eutanasia e l’esempio della prof Mocchi

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27.03.2026

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Il referendum, l’eutanasia e l’esempio della prof Mocchi

La “sciura” Pina ci ha detto che avrebbe votato No, perché la Costituzione è intoccabile. Il suo compagno, Carlo, ha voluto precisare che la Meloni sarebbe dovuta andare a casa. Andrea, invece, ci teneva a sottolineare che quelli che dovevano andare a casa erano i magistrati, una casta intoccabile e di sinistra. Livia, avvocato in uno studio legale a Milano, è entrata nel merito e crede che la politica dovrebbe star fuori da questo dibattito, perché non conta essere di destra o di sinistra per accorgersi che tutte le ragioni stanno con il Sì. E, in effetti, tanto si è discusso sulla maggiore o minore politicizzazione del dibattito referendario, dove i conservatori si son dimostrati più riformisti dei progressisti, trincerati per mantenere lo status quo.

A fare analisi ex post sono bravi tutti e, forse, proprio per questo è difficile individuare una motivazione unica che ha fatto vincere il No: l’attaccamento alla Costituzione, il Sud, i giovani, l’Iran, le grandi città di sinistra, la casta, Berlusconi, Delmastro e chi più ne ha più ne metta. La realtà è di difficile lettura, i sondaggi faticano a spiegare cosa ha spinto alle urne persone che negli ultimi appuntamenti si erano astenute. Città come Milano hanno invertito un andamento a cui eravamo abituati: la zona ZTL è andata alle istanze del centrodestra, le periferie hanno seguito il centrosinistra. Paradossalmente, si potrebbe dire che è tornata un’energia politica da tempo assopita. Una politica, però, che non è riuscita a tenere insieme giudizio nel merito e strategia politica. Anzi, proprio quelli che additavano i partiti di centrodestra come populisti, fascisti e demagogici, hanno fatto una campagna elettorale basata su spauracchi e fake news.

Ma c’è una parte di realtà, tra le tante, che i sondaggi faticheranno sempre a rivelare. Una realtà fatta di chi ha preso seriamente l’occasione referendaria per tornare a fare politica. Prima, formazione e studio del quesito referendario con l’aiuto di giuristi, esperti e gli amici dell’Associazione LabOra. Poi, la creazione di un comitato e l’organizzazione di numerosi incontri formativi e divulgativi in tutta la città di Milano, con esponenti del calibro di Zanon e Sallusti. Ma non basta lavorare per il bene comune solo nelle famigerate “scuole di politica”: ecco perché ci siamo lanciati in mezzo a mercati, parrocchie e vie di quartiere, per incontrare le persone con cui condividiamo le stesse strade, gli stessi condomini e banchi nelle chiese.

Si è spalancato un mondo inimmaginabile davanti ai nostri occhi. Il referendum è stato un espediente per iniziare un dialogo che subito si è spostato sulle esigenze che impattano la quotidianità delle persone: i negozianti che si sentono abbandonati, le signore che hanno paura ad uscire di casa la sera per andare a trovare le figlie, i condomini che vedono pezzi di città abbandonati, studenti che non hanno luoghi dove studiare, anziane che lamentano la chiusura di tutti i circoli ricreativi, genitori preoccupati per il caro prezzo degli asili nido e delle case, che spinge i loro figli a guardare fuori dalla città o, addirittura, fuori dall’Italia, per stipendi decisamente più competitivi. Tutti i municipi di Milano in cui siamo andati raccontavano di una politica che da tempo si è dimenticata di guardare alla persona nella sua interezza, fatta di relazioni e progetti.

C’è chi dice, da un lato giustamente, che è stato un........

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