Breaking qāt: lo Yemen e i professori dello spaccio
Il conflitto in Yemen, entrato nel suo decimo anno di devastazione nel 2025, non è solo una guerra civile ingrandita su scala extranazionale. La guerra yemenita è un reagente chimico brutale, capace di alterare la struttura molecolare della società e dei suoi costituenti, fino a condizionarne il mercato del lavoro.
In una nazione dove il PIL pro capite è crollato del 58% dal 2015, gli scontri hanno riportato l’orologio sociale indietro di almeno un secolo. Quello che ne consegue, oggi, è uno stravolgimento delle priorità esistenziali che ha trasformato il lavoro intellettuale in un fardello insostenibile, e il commercio di piante stimolanti nell’unico ammortizzatore sociale efficace. Quella che una volta era una piramide sociale fondata sul prestigio dell’istruzione e della funzione pubblica è oggi una struttura del tutto rovesciata: le professioni “alte” – insegnanti, accademici, funzionari – sono diventate sinonimi di povertà estrema, mentre le attività più umili e pericolose garantiscono la sopravvivenza al costo di compromessi etici e fisici.
Il paesaggio economico yemenita è oggi frammentato in due zone distinte, governate da autorità rivali con istituzioni monetarie e politiche fiscali conflittuali. La divisione del Paese tra le aree controllate dal governo internazionalmente riconosciuto (IRG) e quelle sotto l’autorità degli Houthi ha generato un dualismo monetario che oppone una barriera insormontabile per la stabilità del lavoro.
Nelle zone IRG, il rial yemenita ha subito una svalutazione drammatica, toccando il minimo storico di 2.905 rial per dollaro USA nel luglio 2024. Al contrario, nelle aree Houthi, una cronica carenza di liquidità e il blocco delle esportazioni petrolifere hanno spinto la popolazione verso un’economia di baratto e transazioni informali.
In questo contesto, il lavoro ha perso la sua funzione di ascesa sociale, anche perché il funzionario pubblico – pilastro della classe media pre-conflitto – è oggi una figura spettrale: il mancato pagamento regolare degli stipendi per oltre 1,2 milioni di dipendenti statali ha svuotato i ministeri e le scuole, spingendo professionisti qualificati verso i margini della società. Mentre l’economia formale sprofonda in una contrazione del PIL reale dell’1,5% per il 2025, i settori informali prosperano come parassiti su un organismo indebolito.
“Resilienza”, in Yemen, ha un significato diverso rispetto al resto del mondo: è la velocità con cui si è pronti a degradare la propria posizione professionale pur di nutrire la propria famiglia. È così che gli insegnanti diventano spacciatori. Ma stavolta non è una serie tv: è un angolo di mondo dove le cose succedono davvero, anche se lontane dalle telecamere di chi certe storie se le racconta solo come opere di fantasia.
Da diritto fondamentale e veicolo di prestigio sociale a lusso inaccessibile: il sistema dell’istruzione in Yemen è stato smantellato anno dopo anno. Oltre 2.700 scuole sono state distrutte o convertite in basi militari, centri di detenzione o rifugi per sfollati. Ma la ferita più profonda è quella inferta al corpo docente, se dal 2016 oltre 193.000 insegnanti – circa il 65% del totale nazionale – non ricevono uno stipendio regolare.
Per un insegnante yemenita continuare a lavorare è diventato un atto che rasenta il martirio economico. Molti docenti riferiscono di provare un profondo senso di umiliazione nel dover richiedere contributi volontari alle famiglie degli studenti per coprire le spese minime di trasporto. Questo fenomeno ha invertito il rapporto di rispetto tra docente e comunità: da guida intellettuale, l’insegnante diventa un mendicante di Stato che dipende dalla carità di genitori spesso altrettanto indigenti.
La perdita di status, oltre che finanziaria, è anche identitaria. Molti docenti hanno abbandonato le aule per dedicarsi a lavori manuali, al commercio ambulante o, in molti casi, per arruolarsi nelle varie milizie armate che, a differenza del ministero dell’Istruzione, garantiscono paghe regolari e razioni alimentari.
Nelle aree controllate dall’IRG, come Aden e Lahij, la situazione è culminata in scioperi totali che hanno paralizzato il settore educativo per l’anno accademico 2024-2025. Con stipendi che, a causa della svalutazione, valgono tra i 30 e i 50 dollari al mese – una riduzione del 90% rispetto al valore pre-2015 – gli insegnanti non possono più permettersi nemmeno il pane quotidiano.
Dall’altro lato dei banchi le cose vanno di conseguenza, con 4,5 milioni di bambini esclusi dalla scuola e consegnati al lavoro minorile o a matrimoni precoci, e il finanziamento umanitario che non copre nemmeno un quinto di quanto richiesto dallo Stato yemenita.
L’istruzione non è più vista come un investimento nel capitale umano, ma come un’attività che sottrae tempo alla ricerca di cibo. Questa dinamica ha creato una generazione di giovani che percepisce lo studio come un fallimento sistemico: se il maestro è povero e affamato, perché gli studenti dovrebbero studiare per emularlo?
Mentre l’industria petrolifera e l’agricoltura alimentare crollano, il commercio del qāt (catha edulis) emerge come l’unico settore economico capace di prosperare. Il qāt è una pianta le cui foglie, se masticate, rilasciano sostanze stimolanti (tra le quali figura il catinone, un alcaloide simile all’anfetamina) che producono un lieve stato di euforia e sopprimono fame e fatica. In un Paese tormentato dalla guerra e dalla malnutrizione, questa pianta è diventata una droga sociale – l’architrave su cui poggia l’intera economia sommersa dello Yemen.
Il qāt deve essere consumato fresco, entro 48 ore dalla raccolta, per mantenere le sue proprietà stimolanti. Questa necessità ha imposto la creazione di una rete logistica e di distribuzione di un’efficienza sbalorditiva, superiore a qualsiasi servizio statale o umanitario: i camion che trasportano il qāt attraversano le linee del fronte e superano i posti di blocco delle milizie, dalle aree montagnose a quelle urbane, con una regolarità che non conosce tregue.
Questa filiera impiega circa un cittadino yemenita su sette, coprendo ruoli che vanno dalla coltivazione alla raccolta, dal trasporto alla vendita al dettaglio; è un settore che garantisce una circolazione stabile di denaro contante in un’economia dove le banche sono paralizzate. Il margine di profitto per gli agricoltori che convertono i loro campi di caffè o cereali in piantagioni di qāt è fino a dodici volte superiore rispetto a qualsiasi altra coltura.
Ma il paradosso del qāt risiede nella sua doppia natura, perché se da un lato è l’unico ammortizzatore sociale che permette a milioni di yemeniti di non scivolare nella carestia, fornendo reddito immediato a chi ha perso il lavoro, dall’altro è la causa principale del dissanguamento delle scarse risorse del Paese. Il qāt occupa il 15% della terra coltivabile e consuma circa il 30-40% delle risorse idriche sotterranee, portando città come Sana’a verso l’esaurimento totale delle falde acquifere.
Dal punto di vista del lavoro, il qāt causa quello che gli esperti definiscono “il collasso pomeridiano della produttività”. Ogni giorno, a partire dalle 13:00, gran parte della forza lavoro maschile smette di lavorare per dedicarsi alla masticazione collettiva, un rito sociale che i locali chiamano takhzeenah, e che può durare diverse ore. Si stima che il tempo di lavoro perso a causa di questa abitudine, in congiuntura alle temperature avverse, pesi per il 30% sul PIL annuale, eppure in tempo di guerra è l’unico modo che molti lavoratori hanno per sopportare il trauma e la mancanza di prospettive.
Per certi versi, il qāt è il collante socio-chimico che tiene insieme una società già frantumata dal dolore.
Il fenomeno più emblematico dell’inversione delle gerarchie professionali in Yemen è l’ibridazione dei ruoli. Non è raro, nei mercati del qāt di Sana’a o Aden, incontrare ex funzionari governativi, medici o professori universitari seduti dietro un banco di foglie verdi. Terminato l’orario d’ufficio (spesso ridotto a poche ore mattutine per mancanza di elettricità e risorse), l’intellettuale si trasforma in mercante per garantire il sostentamento alla propria famiglia.
Il simbolo di questo fenomeno è Abdallah al-Hakimi, professore di sociologia e antropologia all’Università di Sana’a, che ha raccontato sui social media di aver abbandonato l’insegnamento per sfamare la sua famiglia attraverso la vendita dello stimolante più usato a livello nazionale. In un messaggio rivolto ai suoi studenti, il docente ha affermato che “vendere qāt, per quanto disonorevole, non sminuisce in alcun modo né me né voi; è più onorevole della violenza e dello spargimento del sangue altrui”. Il riferimento ai discenti è motivato, perché non è infrequente che docenti e allievi si trovino a competere per lo stesso mercato: gli studenti che abbandonano la scuola per entrare nel commercio del qāt o per arruolarsi nelle milizie si ritrovano spesso, in pochi mesi, a guadagnare molto più dei loro insegnanti che non fanno lo stesso.
Il mercato del qāt non è solo un luogo di scambio commerciale, ma è diventato il vero centro direzionale del Paese. In assenza di istituzioni funzionanti, le decisioni politiche, le transazioni commerciali complesse e persino le mediazioni di conflitto avvengono durante le sessioni di masticazione pomeridiana. Questa dinamica ha creato una nuova scansione dei ritmi che governano il lavoro: l’ufficio è il luogo della forma, il mercato è il luogo della sostanza, e le attività lavorative girano attorno alle foglie di catha edulis, alla loro vendita e alle ore deputate al loro consumo.
In questo nuovo sistema informalizzato, il professore che vende qāt è visto con una forma di ammirazione pragmatica che non ha più nulla a che fare con il prestigio accademico: in Yemen, la mente deve servire lo stomaco per sopravvivere.
Invertendo la prospettiva, al livello più basso della gerarchia sociale yemenita si trovano i Muhamasheen, una minoranza etnica storicamente emarginata e confinata in condizioni di segregazione. Tuttavia, la guerra ha conferito loro un ruolo centrale nell’economia della sopravvivenza: i membri di questa comunità si sono specializzati nel recupero di rottami metallici dalle aree bombardate e nella raccolta di ordigni inesplosi (UXO).
Questo lavoro, che comporta rischi letali quotidiani, consiste nell’estrarre rame, ottone e acciaio dai resti di missili e munizioni per rivenderli a commercianti di riciclo. È un’attività che illustra alla perfezione l’inversione della piramide del lavoro: mentre lo Stato non è in grado di pagare un chirurgo, l’economia della distruzione fornisce ai Muhamasheen una fonte di reddito immediata, sebbene pericolosa, poiché poggia su competenze da genieri e artificieri, democratizzate da uno scenario apocalittico.
I Muhamasheen operano in un vuoto istituzionale dove la spazzatura bellica diventa l’unico capitale disponibile; una ricchezza da estrarre dalle armi conficcate nella terra e, soprattutto, da quelle che piovono dal cielo. Il loro lavoro non è riconosciuto, non ha tutele ed è stigmatizzato, eppure rappresenta un ingranaggio fondamentale del metabolismo urbano yemenita sotto assedio. Questa minoranza, che non ha mai avuto accesso alle professioni “alte”, si ritrova oggi più attrezzata a navigare l’abisso della povertà estrema rispetto a una classe media che ha visto il proprio mondo disintegrarsi in pochi anni.
Le conseguenze di questo rovesciamento della piramide del lavoro sono profonde e, con ogni probabilità, irreversibili per i prossimi decenni. Quando il 60-70% della popolazione dipende da circuiti economici non regolamentati o parassitari, la capacità dello Stato di riscuotere tasse, fornire servizi e regolare il mercato del lavoro svanisce.
La dipendenza dal qāt sta preparando il terreno per una catastrofe ecologica che segnerà la fine di ogni residua possibilità agricola. Quando le falde acquifere saranno esaurite – un evento previsto entro il 2030 per l’altopiano di Sana’a – anche l’economia del qāt crollerà, lasciando il Paese senza l’unico ammortizzatore sociale rimasto. A quel punto, lo Yemen non avrà più né una classe intellettuale per guidare la transizione, né una base produttiva alimentare per sfamarsi.
Ma l’impatto più tragico riguarda il capitale umano. Con un tasso di povertà educativa che colpisce quasi la totalità della popolazione infantile, lo Yemen sta producendo una generazione priva delle competenze necessarie per affacciarsi all’economia globale del XXI secolo. L’indice di capitale umano della nazione stimato dall’UNICEF, tuttora fermo a 0,37, indica che un bambino nato oggi in Yemen sarà produttivo solo per il 37% del suo potenziale se avesse accesso a istruzione e salute adeguate.
Questa perdita di produttività, al di là del dato statistico, è una condanna alla povertà cronica. Lo Yemen rischia di diventare una nazione di sopravvissuti permanenti, intrappolati in un ciclo dove il lavoro è ridotto a pura funzione biologica. Sussistenza, e poco più.
Per degli osservatori esterni, facili allo sconcerto e alla costernazione, lo Yemen è un esempio in vitro di ciò che accade quando un Paese baratta le pagine dei libri con delle foglie stimolanti; un miscuglio irregolare delle distopie che l’Occidente ha relegato nelle sue serie tv. Ma non tutto ciò che accade laggiù è davvero così lontano: oltre che per bombe o per droga, il lavoro intellettuale può morire anche per mancanza di dignità. E da questo è davvero difficile sentirsi al sicuro.
Photo credits: sanaacenter.org
