Addio, Sherazade. L’Arabia uccide centinaia di schiave
Il padrone dice: ti ho comprata. E continua: è mio il tuo corpo, il tuo passaporto. Sono miei i tuoi organi e la tua salute. E, alla fine, anche la vita.
L’intersezione tra povertà sistemica, geopolitica e strutture legali arcaiche ha generato, nell’ultimo decennio, uno dei corridoi migratori più letali e meno discussi del ventunesimo secolo: quello che collega le nazioni dell’Africa Orientale – in particolare Kenya e Uganda – al regno dell’Arabia Saudita è un mercato di corpi destinati alla sottomissione totale, mascherato da percorso di mobilità lavorativa. All’interno delle mura domestiche saudite, lontano dalla sorveglianza delle leggi sul lavoro, si consuma un orrore che parla la lingua della tortura, della mutilazione e della morte.
È una tratta di moderne schiave realizzata a cielo aperto da anni, promossa da siti allo stato dell’arte e da società di reclutamento che sostengono di agire nel settore delle risorse umane, le cui ramificazioni arrivano fino ai vertici del potere politico a Nairobi e Kampala. Per ricostruirla occorre toccare dei casi di cronaca di un’atrocità inimmaginabile, dove le rimesse economiche vengono pagate con il sangue di migliaia di giovani donne – e con i dollari ricavati dalla vendita del petrolio che alimenta i nostri trasporti, le nostre centrali elettriche, e l’economia del più grande Paese della penisola arabica.
Lo schema è piuttosto classico: un Paese ricco e relativamente poco popoloso – in questo caso, l’Arabia Saudita – ha bisogno di forza lavoro per alimentare la sua crescita e trasformare in benessere tangibile i suoi asset monetari. A poche centinaia di chilometri, c’è il continente più povero e tra i più demograficamente densi del globo – l’Africa. Poche volte domanda e offerta sono state più vicine, e la cerniera viene chiusa dall’operato di agenzie di reclutamento, molte volte conniventi con gli orrori che avvengono una volta superato il confine arabo.
Il meccanismo interessa diversi settori, soggetti a varie forme di sfruttamento e abuso. Quelle più scioccanti, tuttavia, riguardano le lavoratrici coinvolte nell’assistenza domestica. Quelle che, su alcuni dei siti già citati, è possibile acquistare cliccando su un “aggiungi al carrello”.
Il corpo della lavoratrice domestica in Arabia Saudita si trasforma in uno strumento di lavoro e in una proprietà prona a ogni umiliazione. Una volta varcata la soglia della casa del datore, la donna viene spogliata dei suoi diritti fondamentali: il passaporto e il telefono cellulare vengono sequestrati, impedendo ogni comunicazione con l’esterno. L’isolamento è il primo passo verso la deumanizzazione.
Le testimonianze raccolte da Amnesty International descrivono condizioni di lavoro brutali: turni di oltre 16 ore senza giorni di riposo, privazione sistematica del sonno e del cibo, e alloggi inadeguati, spesso piccoli ripostigli senza aerazione. Al tutto fa da contrappunto un razzismo strutturale.
La violenza fisica è una realtà onnipresente. Molte donne tornano con segni indelebili di torture: bruciature da ferro da stiro, ferite da scariche elettriche e ossa rotte. Lo stupro e le molestie sessuali da parte del datore di lavoro o dei figli maschi sono frequenti, e le vittime che restano incinte a causa di questi abusi vengono spesso rispedite a casa senza compenso o cure mediche, per poi essere marchiate dalla vergogna in patria.
Il numero di decessi tra le lavoratrici domestiche keniote è allarmante: almeno 274 sono morte negli ultimi cinque anni. La specifica geografica non è casuale: sono citate soltanto le morti note, ovvero quelle denunciate e di cui si ha notizia dai canali diplomatici ufficiali. Il governo dell’altra nazione coinvolta nella tratta, l’Uganda, non tiene traccia alcuna delle sue cittadine e del loro destino in Arabia Saudita – questo sebbene ci siano testimonianze inequivocabili che ciò che avviene alle lavoratrici del Kenya valga anche per loro.
Ciò che rende questa tragedia ancora più intollerabile è la gestione burocratica dei cadaveri. Le autorità saudite etichettano in modo quasi sistematico questi decessi come “cause naturali”, “arresto cardiaco” o “suicidio”, anche quando i corpi mostrano chiari segni di violenza traumatica.
Il caso di Beatrice Waruguru è emblematico della ferocia di questo sistema. Partita dal Kenya nel 2021 a soli 21 anni, è tornata in una bara dopo pochi mesi. Il certificato di morte saudita riportava il suicidio come causa del decesso; tuttavia, quando la famiglia ha ricevuto la salma e ha richiesto un’autopsia indipendente in Kenya, la verità è emersa in tutta la sua crudeltà: gli occhi di Beatrice erano stati cavati, il corpo presentava bruciature e i segni di una corda sul collo indicavano che era stata torturata fino alla morte.
Un’altra storia straziante è quella di Caroline Aluoch, una studentessa universitaria al secondo anno che era andata in Arabia Saudita per pagarsi gli studi. È morta nel maggio 2021. Nonostante le affermazioni delle autorità saudite, che parlavano di suicidio in un ospedale psichiatrico, l’autopsia condotta dal patologo governativo keniota Johansen Oduor ha rivelato compressioni al collo, ferite multiple e vesciche su tutto il corpo. La famiglia sostiene che Caroline fosse stata torturata e che avesse inviato messaggi disperati giorni prima di morire, affermando che il suo capo voleva ucciderla.
Un’altra lavoratrice ugandese, dopo aver subito il furto del salario e maltrattamenti, è stata costretta a lanciarsi da un edificio per sfuggire al suo aguzzino, riportando lesioni permanenti che l’hanno lasciata incontinente e incapace di lavorare. Nonostante le sue denunce a medici e polizia, le autorità le hanno ordinato di tornare dal suo datore di lavoro.
La vulnerabilità estrema di queste donne, spesso prive di documenti e senza legami sociali in Arabia Saudita, le rende vittime ideali per un mercato nero che opera nell’ombra degli ospedali del regno. Perché, oltre alla violenza fisica diretta, è emersa un’accusa ancora più sinistra che infesta le storie delle lavoratrici migranti nel Golfo: il traffico di organi. Il caso più documentato è quello di Pauline Muthoni Njuguna, che ha lavorato come domestica in Arabia Saudita per sette anni.
Pauline è tornata in Kenya nel 2021 in condizioni fisiche disastrose: emaciata, con l’addome gonfio e incapace di deglutire cibi solidi. Durante la sua permanenza in Arabia si era ammalata ed era fuggita dal datore di lavoro, finendo in un ospedale saudita sotto falso nome per evitare il rimpatrio forzato. Le era stata asportata parte dello stomaco a causa di un presunto cancro. Dopo il suo ritorno in Kenya, però, i medici del Kenyatta University Hospital hanno scoperto che le mancava anche un rene. Pauline e la sua famiglia non erano mai stati informati dell’asportazione dell’organo, né avevano mai dato il consenso per tale intervento.
Le lavoratrici che riescono a fuggire dai loro datori di lavoro finiscono spesso nei centri governativi di assistenza, come quelli gestiti da Sakan o SMASCO. Sebbene presentati come luoghi di rifugio, le testimonianze descrivono realtà di detenzione ed estorsione, con le donne che riferiscono di essere state private del cibo e di aver subito abusi verbali. In molti casi, viene loro comunicato che non possono lasciare il centro né tornare in patria a meno che non paghino una somma tra i 300 e i 400 dollari per il volo e le “spese amministrative”.
Questa pratica è in diretta violazione della legge saudita, che imporrebbe al datore di lavoro o all’agenzia di coprire i costi di rimpatrio in caso di abuso. Tuttavia, la mancanza di monitoraggio indipendente rende questi centri delle prigioni per debito.
Per quanto possa già sembrare troppo, non è affatto tutto: è necessario ricordare che i casi qui riportati sono solo gocce di un oceano molto più vasto, le cui tracce si possono trovare nei notiziari e nelle cronache dei Paesi d’origine delle vittime.
La migrazione forzata verso il Golfo non è un fenomeno accidentale, quanto una strategia economica deliberata. In Kenya il tasso di disoccupazione giovanile tocca il 34,21%, e per il governo di William Ruto l’esportazione di manodopera è vista come una valvola di sfogo per la pressione sociale e una fonte cospicua di valuta estera. L’obiettivo dichiarato è l’invio di 500.000 lavoratori in Arabia Saudita, e poco male se il prezzo è la violazione sistematica dei diritti umani – i loro.
Le rimesse economiche, del resto, rappresentano una parte vitale del PIL keniota. Nel solo 2021, le entrate provenienti dall’Asia, guidate dall’Arabia Saudita, hanno raggiunto i 19,2 milioni di dollari. Questa dipendenza finanziaria crea un incentivo perverso: i governi d’origine sono riluttanti a imporre protezioni rigide o a protestare contro i decessi sospetti, per timore di perdere l’accesso a un mercato del lavoro lucroso.
Il passaggio del reclutamento verso l’Africa è stato accelerato dalle restrizioni imposte da nazioni come le Filippine, che sono riuscite a negoziare accordi bilaterali più protettivi, inclusi salari minimi di 400 dollari e l’obbligo di conti bancari personali per i lavoratori. Di fronte a queste richieste, l’Arabia Saudita ha rivolto la sua attenzione proprio verso il Kenya e l’Uganda, dove la protezione legale è più debole e i governi sono più disposti a accettare standard inferiori pur di mantenere attivi i flussi migratori.
Le agenzie di reclutamento agiscono come il braccio operativo di questo sistema di sfruttamento. Non si tratta di semplici intermediari, ma di entità che operano spesso ai confini della tratta di esseri umani. Queste società utilizzano reclutatori locali – pastori, anziani dei villaggi e funzionari minori – per adescare donne nelle zone più povere con promesse di stipendi che cambiano la vita (circa 232 dollari mensili). Tuttavia, la realtà che attende queste donne è una truffa contrattuale: i documenti vengono spesso presentati solo pochi istanti prima del volo o direttamente a Riyadh, con clausole che riducono in modo drastico i compensi e aumentano le ore di lavoro.
La connivenza tra queste agenzie e il potere politico è profonda e inquietante. In Uganda, una delle principali società di reclutamento, la Macro Manpower, è di proprietà di Sedrack Nzaire, fratello del presidente Yoweri Museveni. Tale agenzia ha ricevuto circa quattro milioni di dollari da partner sauditi come Al Mawarid Manpower per assicurare la fornitura costante di lavoratrici. In Kenya, agenzie come Alsaiar Travel, Tours and Recruitment sono state accusate di trattenere in modo illegale i documenti delle donne, e di rifiutare assistenza anche in caso di violenza sessuale o percosse documentate.
Queste agenzie operano con un’impunità quasi totale. In Kenya la Commission on Administrative Justice (CAJ) ha rilevato che le agenzie agiscono in un sistema disarticolato, dove i vari stakeholder governativi lavorano in modo indipendente e non dispongono di dati accurati sul numero di migranti davvero presenti in Arabia Saudita. Quando una lavoratrice viene uccisa o scompare, le agenzie spesso negano ogni responsabilità, suggerendo alle famiglie che le donne sono “fuggite” o sono morte per “cause naturali”. Il che non fa che aumentare la stima delle vittime reali.
La reazione dei governi africani a questa crisi è stata caratterizzata da un mix di negligenza e repressione.
In Kenya, nonostante le prove schiaccianti di abusi, il governo ha continuato a promuovere l’invio di lavoratori, attratto dalle rimesse e dai legami diplomatici con Riyadh. Il ministero del Lavoro keniota ha spesso ignorato le richieste di commento sui decessi, mentre le famiglie si trovano ad affrontare costi esorbitanti per il rimpatrio delle salme, spesso dovendo ricorrere a prestiti o collette comunitarie.
In Uganda la situazione è ancora più opaca. Come già accennato, il governo non pubblica statistiche ufficiali sulle morti dei migranti nel Golfo, creando un vuoto di informazione che protegge le agenzie di reclutamento. E gli intenti governativi appaiono più chiari quando si considera che, nel momento in cui la famiglia di Caroline Kyomuhangi ha manifestato davanti all’ambasciata saudita a Kampala per chiedere giustizia dopo la sua morte per maltrattamenti, la polizia è intervenuta con la forza, arrestando i manifestanti e definendo la protesta illegale.
L’intreccio tra interessi economici privati e doveri pubblici è il vero nodo gordiano che impedisce una reale protezione delle lavoratrici. Le agenzie di reclutamento, agendo come entità parastatali guidate da parenti di politici di alto livello, garantiscono che ogni tentativo di riforma rimanga lettera morta. La schiavitù moderna denunciata da organizzazioni come Kituo cha Sheria non è un malfunzionamento del sistema, ma il suo esatto scopo: produrre ricchezza attraverso il consumo totale della vita umana.
La radice dell’oppressione subita dalle lavoratrici domestiche risiede nella kafala, un termine che affonda le sue radici nella giurisprudenza islamica relativa alla tutela legale, ma che nella sua applicazione moderna nei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) è diventato sinonimo di controllo assoluto. In Arabia Saudita, questo sistema lega in maniera indissolubile lo status legale di una lavoratrice migrante a un singolo datore di lavoro, il kafeel (sponsor). È lo sponsor a possedere, in senso letterale e legale, il potere di decidere se la lavoratrice può cambiare impiego, lasciare il Paese o rinnovare il proprio permesso di soggiorno.
Questa delega di potere statale a privati cittadini trasforma il rapporto di lavoro in un legame di servitù. Se una lavoratrice fugge da una situazione di abuso, viene denunciata per huroob (“fuga”), un reato che annulla all’istante la sua permanenza legale sul territorio, esponendola all’arresto, alla detenzione e all’espulsione, a prescindere dalle violenze subite. L’esclusione sistematica delle lavoratrici domestiche dalla legge generale sul lavoro saudita crea un buco nero giuridico dove la protezione dello Stato svanisce non appena la donna varca la soglia della casa del suo datore.
L’Arabia Saudita, consapevole del danno d’immagine causato da queste violazioni, ha lanciato la Labor Reform Initiative (LRI) nel 2021, con l’obiettivo dichiarato di allineare il mercato del lavoro agli standard internazionali. Le riforme promettono maggiore mobilità per i lavoratori e la possibilità di gestire visti e contratti tramite le piattaforme digitali Qiwa e Absher. Tuttavia, queste innovazioni raggiungono la sfera domestica solo di rado. La legge saudita continua a trattare il lavoro domestico come una categoria a parte, meno soggetta a ispezioni e tutele rispetto al settore privato aziendale. Molte lavoratrici non possiedono uno smartphone o l’accesso a internet, poiché i loro telefoni vengono confiscati all’arrivo, rendendo inaccessibili le stesse piattaforme digitali create per proteggerle.
Nonostante le recenti e sbandierate riforme sotto l’egida di Vision 2030 (un programma strategico per diversificare l’economia e il lavoro saudita rispetto alla dipendenza dal petrolio), che mirano a sostituire la kafala con un modello contrattuale più trasparente per tranquillizzare gli investitori occidentali, le lavoratrici domestiche rimangono la categoria più vulnerabile e meno protetta dai nuovi decreti – anche perché le morti e le torture sono proseguite fino a oggi, senza alcuna interruzione. Il sistema continua a favorire lo squilibrio di potere, rendendo la denuncia dell’abuso un atto che spesso si conclude con la criminalizzazione della vittima piuttosto che con la punizione del carnefice.
Ti ho comprata, dice il padrone. Sono parole reali, crasse, impunite. E così sono destinate a restare, fino a che reggerà il sistema di connivenza per cui nessuno chiede conto di abusi così sfacciati. Come se la parità di genere e di diritti valessero solo a parità di cittadinanza. Intanto, mentre a Nairobi e Kampala il lavoro è celebrato come soluzione macroeconomica, a Riyadh si consuma come materia prima. Come si consumano i corpi delle lavoratrici.
Photo credits: africanarguments.org
