Intelligenza artificiale e ricchezza: scacco all’uomo
Ci sono paper che affinano una teoria e paper che cambiano il modo in cui guardiamo un fenomeno. I primi fanno avanzare la ricerca; i secondi, molto più di rado, spostano il dibattito pubblico e il pensiero critico. Automation and Repression, pubblicato il 5/6/26 da Daron Acemoglu insieme ad A. Arda Gitmez e Mehdi Shadmehr, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.
Non perché sia destinato a diventare una profezia (la buona scienza costruisce modelli per comprendere meglio il futuro), ma perché affronta la questione che, sorprendentemente, continua a rimanere ai margini del dibattito sull’intelligenza artificiale: non quanto sarà intelligente, non quanto aumenterà la produttività, non quanti posti di lavoro sostituirà, ma come cambieranno gli equilibri della ricchezza e, di conseguenza, quelli del potere e della società.
Non è un caso che un lavoro di questo tipo porti la firma di Daron Acemoglu. Da almeno vent’anni rappresenta una delle menti più brillanti dell’economia contemporanea: mentre una parte della letteratura economica si è via via lasciata sedurre da una narrazione deterministica dell’innovazione (secondo cui a ogni progresso tecnologico corrisponde un progresso sociale), Acemoglu ha continuato a ricordarci una verità elementare spesso dimenticata, cioè che la tecnologia non è mai neutrale. Ogni innovazione redistribuisce incentivi, modifica rapporti di forza, crea vincitori e perdenti, e costringe le istituzioni a ridefinire di continuo il proprio equilibrio. È una lezione che abbiamo imparato con il vapore della rivoluzione industriale, con l’elettricità della società moderna, con l’Internet della società contemporanea, e oggi, forse in misura ancora maggiore, con l’intelligenza artificiale.
Da oltre due anni osservo un dibattito quasi ossessionato dalla tecnologia. Ogni settimana si discute del modello più potente, del benchmark più elevato, dell’agente più autonomo, del chip più performante e della startup più promettente. È una conversazione affascinante, ma spesso superficiale. Sembra quasi che il vero oggetto della discussione siano le macchine, quando invece la questione centrale dovrebbe riguardare le persone.
La domanda che dovremmo porci non è quanto in fretta evolverà l’intelligenza artificiale. La domanda è molto più antica: chi beneficerà della ricchezza che questa rivoluzione produrrà? Perché ogni rivoluzione tecnologica, prima ancora di essere una rivoluzione tecnica, è sempre stata una rivoluzione economica. E ogni rivoluzione economica, inevitabilmente, è diventata una rivoluzione politica, quindi sociale.
Questo è proprio il punto di partenza del paper. Gli autori costruiscono un modello teorico nel quale l’automazione aumenta man mano la quota di reddito destinata al capitale e riduce quella attribuita al lavoro. Fin qui nulla di sorprendente, è una dinamica ampiamente studiata nella letteratura economica degli ultimi anni. L’elemento originale arriva dopo.
Quando questa distanza cresce oltre una certa soglia, aumenta anche il rischio di instabilità sociale. Il conflitto non nasce dalla tecnologia in sé, ma dal modo in cui i suoi benefici vengono distribuiti. A quel punto chi controlla il sistema economico dispone, secondo il modello, di tre possibili strategie: può rallentare l’automazione; può redistribuire parte della ricchezza prodotta; oppure può investire in strumenti di controllo sempre più sofisticati.
La conclusione è quella che ha attirato l’attenzione di osservatori e media internazionali: in determinate condizioni economiche, la repressione diventa meno costosa della redistribuzione.
È una tesi destinata a far discutere, ma credo che sarebbe un errore leggerla come un annuncio del futuro. Acemoglu non sostiene che l’intelligenza artificiale condurrà verso società autoritarie. Sarebbe una caricatura del suo lavoro. Il paper afferma qualcosa di molto più sottile e, proprio per questo, molto più........
