Riforma tra fatti concreti: non basta il richiamo ai valori
Anche quest’anno, l’inaugurazione degli anni giudiziari, in Corte di Cassazione, come presso le Corti d’appello distrettuali, è stata l’occasione per la magistratura associata – e dunque per i presidenti ed i procuratori generali, che normalmente sono prescelti tra i più intranei all’Anm – per denunciare le nefandezze del Parlamento o, meglio, della maggioranza parlamentare, rea d’aver approvato una riforma costituzionale coll’intento d’assoggettare il potere giudiziario alle brame addomesticatrici del potere politico. Non proprio tutti, per vero, i procuratori generali ed i presidenti delle Corti.
Ad esempio a Napoli, la presidente della Corte d’appello ha avuto parole misurate, come dovrebbe essere per chi occupi ruoli istituzionali. Ma, in prevalenza, l’occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario è stata ampiamente sfruttata per gridare all’attentato all’indipendenza ed all’autonomia della magistratura, alla violazione dei principi fondamentali della nostra carta costituzionale, alla mortificazione dell’ordine giudiziario.
E, in ultima analisi, allo scivolamento dello stato di diritto verso culture sudamericane, dove poliziotti e pubblici ministeri sono al servizio del caudillo del momento.
C’è però qualcosa che accomuna tutte queste retoriche millenariste, un qualcosa che non si lascia osservare con immediatezza ma che, quando ci si pensi, e la si verifichi, non fa che trovare conferme assolutamente uniformi. Tutti questi discorsi da ultima spiaggia della legalità e da dies irae della giustizia, questo prefigurare l’apocalisse alle mura assediate dello stato di diritto, tutto questo........
