Processo a Erri De Luca, colpevole di pe(n)sare le parole
C’è un tempo in cui non basta dissentire, pare si debba scomunicare. Non basta contraddire un pensiero, occorre bruciare il pensatore, meglio ancora sui social, dove il rogo non scalda nessuno, ma illumina per un attimo la vanità di molti. È accaduto a Erri De Luca, scrittore napoletano tra i più alti della nostra letteratura, trascinato nel tribunale sommario dell’indignazione perché ha detto ciò che molti non volevano ascoltare. In una intervista rilasciata da Gerusalemme, De Luca ha rivendicato la parola “sionista” nel suo significato originario: il riconoscimento del diritto degli ebrei a una patria, a una esistenza nazionale, a una difesa possibile.
E ha contestato l’uso del termine “genocidio” per definire quanto accade a Gaza. Non ha negato l’orrore. Non ha cancellato i morti. Non ha reso più lieve la fame, la distruzione e l’infanzia sepolta sotto le macerie. Ha fatto altro. Ha chiesto che una parola estrema non venga consumata dall’uso politico, che il........
