La difesa, i giovani e il mercato: i nuovi ponti sulla Manica
Il 23 giugno di quest’anno ricorreranno dieci anni esatti dal referendum che sancì l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea: 51,9% Leave, 48,1% Remain. Un risultato di misura, caricato allora di promesse enfatiche e slogan semplici, che oggi appare alla luce dei fatti come uno degli errori strategici più gravi della storia politica britannica contemporanea.
Secondo un recente sondaggio di YouGov, il sentimento dell’opinione pubblica è profondamente cambiato: solo il 30% dei britannici oggi si dichiara favorevole alla Brexit, mentre il 75% dei giovani tra i 18 e i 24 anni si dice apertamente contrario. Altri istituti demoscopici rilevano tendenze analoghe, con scarti minimi.
Non si tratta di un mutamento emotivo o generazionale fine a sé stesso, ma della conseguenza di dati ormai difficili da contestare. Le analisi sulle conseguenze economiche dell’uscita dall’Unione sono diventate nel tempo sempre più convergenti. Un’approfondita valutazione dell’Office for Budget Responsibility stima un costo per l’economia britannica non inferiore a 100 miliardi di euro.
La Bank of England, per voce della sua direttrice economica Swati Dhingra, ha recentemente sottolineato come la Brexit abbia già comportato costi rilevanti per investimenti, produttività e offerta di lavoro, comprimendo la crescita potenziale del Regno Unito.
Ancora più netto il giudizio del Financial Times, che ha liquidato senza ambiguità la narrazione dei “350 milioni di sterline a settimana” promessi da Boris Johnson: la Brexit è stata un fallimento. Anche la ricerca accademica conferma........
