Gassman e il teatro: io, i bambini in platea e la voglia di mistero
L’attore e regista Vittorio Gassman
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Se pesco fra i primi embrioni della mia e sperienza teatrale (di spettatore, intendo), più mi convinco che non si può impunemente liberare il Teatro da un suo involucro di mistero. Ricordo, di quel tempo lontano, quasi solo sensazioni di sgomento, o di sogno, o di sovreccitata magia. Soffrivo di vertigini, da ragazzo, e la prima volta che mi affacciai dal terzo ordine dell’Argentina rimasi senza fiato, col formicolio delle teste nella rossa platea ben fuso al barbaglio delle luci sul palcoscenico e al mio personale malessere. Ma il teatro, unico luogo al mondo, offre anche una vertigine dal basso, anche a star solidi sul parterre e torcere il collo verso la ribalta.
In sala meglio di sera
Bisogna andarci di sera, questo sì, come di sera si muovono più sciolti i fantasmi nelle case dove “ci si sente ”. Le diurne, tributo alle convenienze pratiche di una gestione, non fanno che imbastardire l’occultistico incanto: dietro la scena un finestrone aperto filtra la luce vera del meriggio, sbavando le colorate menzogne dei proiettori; il traffico esterno mixa clacson e stridor di freni alla bella favola che gli attori dipanano; voci non ancora emerse dal catarro mattinale; guardaroba senza pellicce, triste di ombrelli e impermeabili gommati... E l’idea che la giornata non finirà con la fine della recita, che tra l’ultimo velario e il sonno ripensatore ci saranno ancora cene e affari e appuntamenti. Spettacolo forse, e cultura, e kermesse, e convegno. Ma non teatro, non nel senso di nascondarella sublime che leggenda e memoria hanno intessuto per noi attorno alla parola. Mia figlia e le mie nipotine vengono sempre in gruppo a vedere i miei lavori. Devono andare a scuola presto, l’indomani, e così tentiamo di persuaderle a scegliere una diurna del lunedì o del giovedì: rinuncerebbero piuttosto. Per i bambini (spettatori ideali, ricordiamocene) il Teatro deve profumare di eccezione e vagamente di peccato; è come l’ebbrezza di una lezione marinata.
Il drammaturgo patrono
Si stabilisce ad Asti dove partecipiamo alle celebrazioni alfieriane un po’ lo stesso positivo equivoco che invade Siracusa al tempo delle rappresentazioni classiche. Meglio che equivoco, mescolanza: teatro e campanilismo, civetteria scolastica e genuina adesione popolaresca. Quanti astigiani conoscono realmente, a fondo, l’Alfieri? Pure, qui la recita trova un suo più naturale approdo, scorre fra gli argini di una attenzione tutta speciale. Quel loggione traboc- cante di studenti una volta tanto silenziosi mi pare l’ennesimo né il meno significante dei monumenti di cui pullula la città in ricordo del poeta. Si annunzia già, del resto, come per ogni estate, la ridda degli spettacoli “d’eccezione” (in cui malignamente si potrebbe insinuare eccezione è la validità dei medesimi). Ci sono, ripeto, i casi legittimi, i relais autenticabili; Siracusa, dicevo, e Asti, e l’Olimpico, e le Giuliette veronesi, Pompei, Agrigento, qualche altro. Ma qui si esagera. L’Italia torna a dividersi in Comuni, ognuno scopre in una piazza o in una chiesa le orme del suo drammaturgo patrono (non occorre nemmeno il certificato di nascita, basta un semplice passaggio, il biglietto di pernottamento in una locanda). E l’Ente Turismo espone i vessilli della cultura... Aver dato i natali alla zia del Boccaccio diventa importante quasi come ospitare il Rallye del Cinema.
Da Il Giorno, 12 maggio 1957
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