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Il grido di Maria, madre di Rigopiano: “Non abbiamo avuto giustizia. Risarcimenti? Un figlio non ha prezzo”

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14.02.2026

Pescara, 14 febbraio 2026 – Maria Perilli, madre di Stefano Feniello, aveva 28 anni, è tra i 29 morti di Rigopiano. Il suo grido nell’aula del processo d’appello bis è arrivato al cuore dell’Italia.

“Il pianto dell’avvocatessa per l’assoluzione dell’ex sindaco per me è stato insopportabile, ce l’avevo proprio davanti. Non ho retto. Ma non ho detto niente contro la sentenza”.

Dieci imputati e dieci ore in camera di consiglio: tre condanne, 5 assoluzioni, due prescrizioni.

“Non ho protestato per la sentenza perché non credo più nella giustizia. Siamo partiti dalla richiesta di 151 anni di carcere. Io mi ricordo che ho fatto lo sciopero della fame, chiedevo la sospensione dei responsabili, poi ho dovuto smettere per motivi di salute e per la mia famiglia, altrimenti sarei andata avanti, fino alla morte”.

In aula, a Perugia, c’era anche la stanchezza di un’attesa durata dieci ore.

“Ma sono niente in confronto a nove anni”.

A un certo punto suo marito Alessio ha ricevuto un decreto di condanna per un mazzo di fiori portato sulle rovine dell’hotel, area sotto sequestro. Poi è stato assolto.

“E pensare che i fiori li avevo io, non lui”.

Nel 2019 nel bar del tribunale a Pescara lei aveva aggredito un ex sindaco, allora imputato.

“Perché lo consideravo responsabile, per gli atti che aveva firmato”.

Pensa che sia stata fatta giustizia?

“Giustizia? No. Un processo talmente lungo, rimbalzato da una parte all’altra. Non mi ci posso neanche arrabbiare con la giustizia perché non ci credo proprio più. In aula a Perugia mi ha fatto scattare la rabbia l’avvocatessa dell’ex sindaco ma non ho detto niente sulla sentenza. Noi familiari siamo stati in religioso silenzio”.

“Profondamente. I figli li fai, a un certo punto li lasci al mondo ma il mondo non te li tutela. Abbiamo sempre pagato le tasse, abbiamo lavorato, ho sempre pensato che servisse per quello, per avere una tutela dalle istituzioni. Cosa che invece non c’è stata”.

Il dolore per la morte di un figlio è indicibile. Che cosa le manca di più di Stefano?

“Tutto, la presenza. Lo aspettavo a cena, mi accorgevo se era arrabbiato da come si chiudeva il portone di sotto, noi eravamo al secondo piano. In quel momento sapevo se arrivava a casa felice o no”.

Nei giorni delle ricerche vi avevano assicurato: è vivo.

“E nessuno ad oggi ha avuto la sensibilità di venirci a dire, scusateci, ci siamo sbagliati, c’è stato un errore, capite la confusione... Quel giorno hanno fatto la sfilata, sembrava che stessero facendo un comizio elettorale per dare i nomi. Quello di Stefano era il secondo, poi sono spariti tutti. Eravamo in attesa dove arrivavano le ambulanze, ci avevano detto che era vivo e ci abbiamo creduto”.

“Continuavano a ripetere, vostro figlio è in un posto difficile da raggiungere, stanno facendo di tutto per estrarlo in sicurezza. Io chiedevo: ma morirà di freddo, di fame. No, mi rassicuravano, viene alimentato e riscaldato”.

Si aspetta una svolta dalla Cassazione bis?

“No, per me è finita così, i tre condannati della Regione potrebbero addirittura essere assolti. E ho sentito che si parla già dei risarcimenti. Ma un figlio non ha prezzo. Io spero di non vederlo mai, quel giorno, spero di non esserci”.


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