Non è mai troppo presto per il social freezing: la guida definitiva (in attesa che in Italia se ne occupi la sanità pubblica)
Il social freezing è una procedura medica che consente alle donne di preservare la propria fertilità congelando i propri ovociti per un utilizzo futuro
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L'Italia registra il tasso di natalità più basso della sua storia recente: 1,18 figli per donna nel 2024. Dietro questo dato freddo si nasconde una realtà molto più calda e complessa, fatta di carriere da costruire, relazioni che tardano, economie che non aiutano, e di un orologio biologico che non aspetta. Le donne italiane diventano madri sempre più tardi, spesso consapevoli del rischio, spesso senza strumenti per gestirlo. In questo scenario si inserisce il cosiddetto social freezing, la crioconservazione degli ovociti per scelta personale: una pratica in forte crescita, con un aumento del 35% dei trattamenti solo nell'ultimo anno presso alcune cliniche specializzate, che sempre più donne scelgono come forma di tutela del proprio progetto di vita.
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"Il social freezing non è semplicemente una procedura medica, ma uno strumento di libertà che consente alle donne di gestire il proprio progetto di vita senza la pressione costante dell'orologio biologico", spiega il dottor Walter Ciampaglia, direttore sanitario e responsabile del Dipartimento di PMA di Next Fertility GynePro. Non una rinuncia alla maternità, dunque, ma una sua custodia nel tempo. Eppure in Italia la strada è ancora in salita. A differenza della Francia, che dal 2021 offre il servizio gratuitamente nelle strutture pubbliche, il nostro sistema sanitario non prevede il social freezing nei Livelli Essenziali di Assistenza, lasciando chi sceglie questa via davanti a costi interamente privati. Un vuoto normativo che alimenta disuguaglianze e, spesso, silenzi.
Ne abbiamo parlato con lo stesso dottor Ciampaglia, uno dei massimi esperti italiani di medicina della riproduzione, per capire cosa significa davvero "congelare il tempo" della fertilità: dal percorso clinico ai falsi miti, dall'impatto emotivo alle prospettive legislative.
Per le donne sentir parlare di “Orologio biologico" suona quasi come una minaccia. Come va affrontata la questione senza intimorire?
“Paradossalmente direi che il primo passo è parlarne di più. Spesso, nella mia esperienza con le pazienti, sento aleggiare la convinzione, sbagliata, che la medicina della riproduzione possa tutto, che non abbia dei limiti. Invece la prima cosa da fare è, con sincerità e trasparenza, parlare di questo orologio biologico la cui esistenza è un dato di fatto, dopodiché, come dicevano i positivisti, “prevedere per provvedere”. L’orologio continua a scorrere ma oggi è possibile conservare gli ovociti in un'età in cui le potenzialità riproduttive sono ancora massime, liberando la donna dall’ansia del momento giusto”.
Quindi è importante iniziare a parlarne e scoprire le varie possibilità il prima possibile?
“Decisamente sì, è fondamentale avere consapevolezza che la fertilità della donna è tempo-dipendente, che la riserva ovarica si riduce con l’età e che il declino qualitativo delle cellule uovo comincia relativamente presto, già intorno ai 35 anni”.
In Italia si parla molto di denatalità e del fatto che si diventi madre sempre più tardi. Qual è oggi la donna “tipo” che sceglie di preservare la propria fertilità?
“Il ritratto che si può delineare, stando sul tema del social freezing, è........
