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Hormuz, l’economista avverte: normalità solo fra anni. “Riaprire lo Stretto non basta”

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Il collo di bottiglia dello Stretto di Hormuz (Ansa)

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Roma, 19 aprile 2026 – Professor Giraudo, quanto tempo servirà per uscire dalla crisi provocata dalla chiusura dello Stretto?  

"Se la soluzione della guerra è rapida, 3 o 4 settimane. Se sarà un po’ più lunga almeno 2 mesi, se continua questo caos almeno 6 mesi. Ma solo per l’emergenza. Per essere veramente sereni  serviranno tra i 2 e i 4 anni".

 Alessandro Giraudo insegna ‘Geopolitica delle materie prime e gestione dei rischi’ all’Inseec di Parigi, ed è autore di numerosi libri (l’ultimo appena uscito si intitola ’Materie prime, guerre e dazi’, add editore). "Ci sono stati bombardamenti reciproci ai centri di produzione di gas e petrolio offshore – spiega –. Nel bacino persiano, la profondità media del mare è solo di 60 metri, costruire le piattaforme è più facile che in altri mari. Questi centri ora vanno ristrutturati. Total ed Eni mi dicono che serviranno fra i 2 e i 4 anni. Dovremo mandare sott’acqua i sommozzatori specializzati, tra l’altro i migliori sono pakistani e italiani”.

Un lavoro complicato?

"Dovranno essere mobilitati molti tecnici specializzati, costerà parecchio e richiederà tanto tempo. Questo fa sì che forse il petrolio potrà scendere di prezzo, ma non tornerà più a 60 dollari perché continuerà a mancare il greggio”.

"Possiamo incrementare la produzione da altre parti del mondo. L’Arabia Saudita ha creato un oleodotto che va verso il Mar Rosso, avremo forse petrolio estratto in Indonesia e in Russia. Riusciremo più o meno a farcela, però la serenità arriverà tra 2/4 anni. E quando parlo di petrolio e gas, parlo anche del resto dei prodotti derivati come concimi e plastica e della trasformazione dei minerali in metalli”.

Quanto tempo servirà per fare uscire le navi dallo Stretto?

"In tempi di pace ne escono circa 130 al giorno. Il punto di passaggio più stretto di Hormuz è di 9,6 chilometri: due miglia nautiche per il corridoio che sale, due per quello che scende e altrettante per il corridoio in mezzo di sicurezza. Oggi abbiamo 2.000 navi che attendono di uscire....” 

C’è anche il problema delle mine da risolvere?

"Anche in questo caso la profondità di 60 metri è un dettaglio importante. Le mine si piazzano sul fondale e reagiscono al passaggio di una nave. C’è differenza fra minare il Golfo e il Pacifico. Lo sminamento sarà molto complicato, bisognerà andare con le dragamine che sono soprattutto italiane, costruite con scafi in plastica che possono passare”.

I prezzi lieviteranno in tutto il mondo?

"Un esempio. Oggi il flusso di navi che trasportano petrolio dall’Est degli Stati Uniti all’Asia transita da Panama. Al massimo dal canale possono passare 40 navi al giorno: il passaggio che prima costava fra i 250mila e il milione di dollari a nave è arrivato a 4 milioni di dollari”.

Citava i derivati del petrolio che transitano dallo Stretto....

"Circa un terzo dei concimi mondiali sono prodotti nella regione del Golfo Persico: l’energia incide per l’85% sul costo di un concime. Già oggi i prezzi dei concimi sono saliti di circa il 25-30%, con costi impossibili per i Paesi più poveri. Il petrolio serve poi a fare tutta la plastica. In alcuni settori hanno dovuto ridurre i flussi di produzione perché manca plastica”.

Si è parlato anche dell’impatto sulle tecnologie.

"Il 30% dell’elio mondiale è prodotto dal Qatar. L’elio è essenziale per la produzione di microchip: ci sono già catene di montaggio in Asia interrotte. E’ utilizzato anche per abbassare la temperatura dei magneti nelle risonanze magnetiche. Il prezzo dell’elio è triplicato. Ma possiamo proseguire..”

"L’energia è anche utilizzata per trasformare la bauxite e produrre l’alluminio i cui i prezzi sono raddoppiati o triplicati... I prezzi resteranno alti per anni e dobbiamo pensare alla prospettiva dell’inflazione”.

Trump vorrebbe portare via anche l’Uranio dall’Iran...

"Una menzogna. Questo uranio non è un pezzo di terra, è sotto forma di gas, contenuto in bombole speciali. Sono in totale 440 chili. L’unica soluzione è di tipo diplomatico, se l’America convince le Nazioni Unite a prenderne il possesso”.

È una crisi peggiore di altre?

"Nelle crisi energetiche del passato qualcuno per ragioni politiche chiudeva i rubinetti mentre i centri di produzione funzionavano. Adesso il rubinetto è aperto, ma il centro di produzione è chiuso”.

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