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Dazi, Trump al contrattacco: tariffe portate fino al 15% dopo lo stop della Corte suprema. Cosa succede ora /

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22.02.2026

Roma, 22 febbraio 2026 – Con Donald Trump vale sempre la stessa regola: mai considerare chiuso un capitolo. Dopo la sentenza della Corte Suprema che ha smontato una parte rilevante del suo impianto tariffario, il presidente ha annunciato un dazio globale del 10% e, poche ore dopo, ha rilanciato su Truth: 15%, “con effetto immediato”, il massimo consentito dalla nuova base legale scelta dalla Casa Bianca. “In qualità di presidente – avvisa – aumenterò, con effetto immediato, i dazi mondiali del 10% sui Paesi, molti dei quali hanno derubato gli Usa per decenni, senza alcuna ritorsione (finché non sono arrivato io), al livello consentito e legalmente testato del 15%”.

Il problema è che comunicazione politica e macchina normativa non coincidono perfettamente. I nuovi dazi scatteranno alla mezzanotte del 24 febbraio e dureranno circa cinque mesi. Trump, invece, parla di aumento immediato al 15%. Per imprese e mercati è già un segnale operativo: la direzione è protezionista, ma tempi e forma possono cambiare nel giro di poche ore.

La svolta vera è giuridica. La Corte Suprema, con decisione 6-3, ha stabilito che Trump aveva ecceduto i suoi poteri usando l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) per imporre dazi generalizzati. La nuova strada è la Sezione 122 del Trade Act: consente tariffe fino al 15%, ma solo per 150 giorni senza un passaggio del Congresso. Gli osservatori sottolineano che nessun presidente l’aveva mai invocata e che l’uso di questa norma può aprire un nuovo contenzioso.

IL ‘PONTE’ DEI 150 GIORNI

Il 15% viene presentato dalla Casa Bianca come misura-ponte. Trump ha scritto che userà la finestra dei 150 giorni per costruire dazi “legalmente ammissibili” con altri strumenti: la stessa amministrazione ha già indicato l’avvio di nuove iniziative secondo altre norme. Anche il segretario al Tesoro Scott Bessent ha fissato la traiettoria: i livelli tariffari, in sostanza, torneranno simili, ma con un percorso più tortuoso.

LA PARTITA DEI RIMBORSI

Il capitolo più pesante è quello dei rimborsi sui dazi già riscossi. Reuters indica un potenziale superiore a 175 miliardi di dollari e segnala più di 1.800 cause già pendenti alla Court of International Trade, che dovrà gestire una procedura lunga e complessa. Lo stesso Trump ha ammesso che il contenzioso può durare anni. Intanto la battaglia è già politica: il governatore democratico dell’Illinois, JB Pritzker, ha chiesto alla Casa Bianca 8,6 miliardi di dollari per 5,1 milioni di famiglie del suo Stato.

Il nuovo dazio globale non colpisce tutto. La Casa Bianca conferma esenzioni su minerali critici, metalli e prodotti energetici, alcuni fertilizzanti e prodotti agricoli, farmaceutica, parte dell’elettronica, auto e componenti, aerospazio e libri. Resta inoltre sospeso il regime duty-free ‘de minimis’ per le spedizioni di basso valore. Sul fronte partner, Washington insiste anche su un altro punto: gli accordi commerciali reciproci “giuridicamente vincolanti” vanno onorati, un messaggio che riguarda da vicino anche l’Europa.

L’intesa di Trump Turnberry ridotta quasi a carta straccia, il margine di azione di Ursula von der Leyen sensibilmente limitato, un tessuto produttivo che torna a chiedere conto, e chiarezza, a governi nazionali e istituzioni comunitarie. L’Europa si è risvegliata nuovamente nel caos dei dazi, ma la decisione della Corte Suprema Usa, sebbene concretamente sembra non abbia avuto alcun effetto sulle tariffe americane, potrebbe cambiare – e di molto – la postura dell’Unione nei confronti di Washington. E le ritorsioni - incluso il bazooka dell’anticoercizione - potrebbero non essere più un tabù. Da Berlino, Friedrich Merz ha insistito, però, che la politica doganale è materia dell’Unione e che andrà a Washington con una posizione europea coordinata, definendo la “costante incertezza” il vero veleno per le economie europea e americana. Ma, a trainare i falchi anti-Trump è tornata la Francia. “È un bene che ci siano poteri e contropoteri nelle democrazie”, è stato il commento di Emmanuel Macron alla decisione della Corte Usa.

Trump non sta arretrando: sta cambiando fondamento giuridico e alzando la posta. La Casa Bianca continua a difendere i dazi come leva per riequilibrare squilibri commerciali e finanziari, citando anche la posizione netta di investimento internazionale negativa degli Stati Uniti (26 mila miliardi di dollari, pari all’89% del Pil). Ma per aziende e partner il costo più alto, oggi, non è solo l’aliquota: è l’imprevedibilità. Ed è proprio su questo che la sentenza non ha riportato ordine.


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