“L'America che amo è nelle mani di un'amministrazione corrotta”. L'urlo del Boss dal palco di Minneapolis
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Minneapolis, 1 aprile 2026 – Città sbagliata, sbagliatissima, Minneapolis per portare morte e terrore come ha fatto l’ICE due mesi fa. Bruce Springsteen l’aveva detto la settimana scorsa alla Riverside Church di Manhattan, intervenendo a sorpresa assieme a Patti Smith e a Michael Stipe al trentennale dell'organizzazione “Democracy Now!”, e ha ribadito il concetto pure sul palco del Target Center della stessa Minneapolis col ruggito dei 20 mila stipati sulle gradinate per trasformare la prima tappa del Land of Hopes and Dreams Tour 2026 in una celebrazione “della libertà, della giustizia e del rock’n’roll” con cui dire no alla guerre, alle prevaricazioni e all’autoritarismo e proseguire il pressing sulla Casa Bianca iniziato sabato scorso dalla mobilitazione globale “No Kings”.
“Siamo qui per celebrare e difendere i nostri ideali americani", ha detto il Boss in un cono di luce con E-Street Band e l’ospite speciale Tom Morello ancora inghiottiti dal buio. “Inizieremo la serata con una preghiera per i nostri uomini e donne in servizio all’estero. Preghiamo per il loro ritorno sani e salvi”. E poi ancora: “la democrazia, la nostra Costituzione e la nostra sacra promessa americana, l'America che amo, l'America di cui ho scritto per 50 anni, che è stata un faro di speranza e libertà in tutto il mondo, è attualmente nelle mani di un'amministrazione corrotta, incompetente, razzista, sconsiderata e traditrice”.
Concetti molto vicini a quelli espressi l’estate scorsa in Europa compreso il doppio appuntamento di San Siro, ma deflagranti davanti al pubblico americano invitato ad unirsi "nella scelta della speranza al posto della paura, della democrazia al posto dell'autoritarismo, dello stato di diritto al posto dell'illegalità, dell'etica al posto della corruzione sfrenata, della resistenza al posto dell'autocompiacimento, dell'unità al posto della guerra e della pace al posto della violenza” prima di esplodere in una muscolosissima "War", cover di Edwin Starr che Bruce esegue dalla metà degli anni Ottanta, quando i venti di guerra dell'amministrazione Reagan lasciavano presagire il peggio. Un grido contro la soluzione violenta dei conflitti (“A cosa serve la guerra? Assolutamente a niente”) che ritrova posto in scaletta ventitré anni dopo le ultime esecuzioni, quando l’America di George W Bush se ne stava “boots on the ground” in Iraq.
Avvio rovente divenuto lava incandescente con “Born in the Usa” e un Morello in grandissimo spolvero che alla fine avrebbe marchiato a fuoco con la sua chitarra - su cui spiccavano come sempre quattro ippopotami bianchi e lo slogan situazionista, provocatorio e militante “Arm the homless” (“arma i senzatetto”) - ben dieci dei ventisette brani in scaletta, compresi gli omaggi a due leggende del Minnesota quali il Prince di “Purple rain” e il Dylan della conclusiva “Chimes of freedom”. Fra gli altri momenti di grande impatto, una “Youngstown” arrovellata dall’assolo di Nils Lofgren, “Murder Incorporated” e “Long walk home”. Ma anche una “The ghost of Tom Joad” iniziata da Springsteen in un taglio di luce verde e conclusa da Morello con un assolo un po’ effettistico, ma dall’impatto devastante.
Come già in Europa, tra gli affondi più duri, quella “House of a thousand guitars” dell’album “Letter for you” accolta dal boato quando parla del “buffone criminale” ha “rubato” il trono. “Ruba ciò che non potrà mai possedere / Possa la verità risuonare dai bar di ogni piccola città / E illumineremo la casa delle mille chitarre”. Col pubblico seduto a 360°, Target Center ricoperto di telefonini accesi per “Street of Minneapolis” eseguita nel ricordo di Alex Pretti e Renee Good, uccisi in strada lo scorso gennaio a pochi chilometri da qui dai federali dell’Immigration and Customs Enforcement e accompagnata da quell’ “Ice out now!” divenuto il grido di battaglia di un’intera. “Questo tour non era programmato” ha detto il Boss nell’ultima parte dello show,prima che nel bis “Born to run”, “Bobby Jean”, “Dancing in the dark”, “Tenth Avenue freeze-out” facessero saltare tutti sulle sedie. “Siamo qui stasera perché volevamo portarvi un po' di speranza e di forza. Speriamo di esserci riusciti”.
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