Le storie e le parole, una finestra sul futuro dal 1956: il Giorno e il coraggio di saper cambiare
Una riunione di redazione con il direttore Italo Pietra negli anni Sessanta
Voglio cominciare da un pezzo memorabile riemerso dagli archivi: Leonardo Sciascia inviato a Sàvoca, paesello a pochi chilometri da Taormina, per raccontare la storia di una contraddizione, e di una sottrazione. Quella dell’Italia che, mentre viene trascinata dalla furia entusiasmante del miracolo economico, si consuma nella meno visibile, eppure inesorabile evidenza dello spopolamento. È il resto traumatico del boom, il sacrificio di una nazione in crescita che si rassegna a perdere irreversibilmente qualcosa di sé: "E più che il paese, è l’uomo che ci vive dentro a impressionarci: la sua assorta immobilità, il suo silenzio. E le nostre voci, mentre andiamo su e giù per le strade e ci fermiamo ad ammirare portali, rosoni, bifore, suonano sperse, irreali".
Era il 1962. Il Giorno viveva da sei anni, e di quel miracolo economico rappresentava il più innovativo e coraggioso esempio nel panorama editoriale del tempo. Immerso anima e inchiostro nelle difficoltà e nelle ambizioni, nelle speranze e nelle delusioni con cui ci costringono a fare i conti i cambiamenti, tutti i cambiamenti: ciò che si guadagna e ciò che inevitabilmente si perde nel passaggio tra il passato e il futuro. Quando si........
