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Yayoi Kusama, addio all’artista che trasformò le sue ossessioni nell’infinito

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È morta Yayoi Kusama a 97 anni. Dai pois alle Infinity Rooms, la vita, le ossessioni e l’eredità della grande artista giapponese che non ha mai smesso di dipingere

«La nostra Terra è soltanto un pois tra milioni di stelle nel cosmo. I pois sono una via verso l’infinito».

Yayoi Kusama quell’infinito lo ha inseguito per quasi un secolo, prima disegnandolo per sopravvivere alle immagini che da bambina invadevano la sua mente, poi dipingendolo ossessivamente sulle tele, moltiplicandolo negli specchi, facendolo esplodere sulle pareti, sui corpi, sulle zucche, sugli abiti, sulle facciate dei musei e infine nell’immaginario collettivo, fino a diventare lei stessa qualcosa di molto più grande di un’artista celebre: un monumento del Novecento e del XXI secolo, una delle pochissime figure capaci di essere riconosciute da chi frequenta le grandi istituzioni dell’arte contemporanea e da chi dell’arte non conosce quasi nulla, una donna minuscola con una parrucca rossa che aveva costruito intorno a sé un universo sterminato.

Yayoi Kusama è morta a 97 anni e la notizia, annunciata il 27 agosto da Ota Fine Arts, la galleria che l’ha rappresentata per decenni, arriva tredici giorni dopo la sua scomparsa, avvenuta il 14 agosto 2026, quando il mondo continuava ancora a parlare di lei al presente e la grande retrospettiva europea dedicata alla sua opera si preparava alla successiva tappa di Amsterdam. La galleria non ha indicato la causa della morte, ma ha consegnato nel suo messaggio un dettaglio che forse racconta Kusama meglio di qualsiasi necrologio: aveva continuato a dipingere fino a poco prima di morire, rimanendo fedele fino alla fine a quella pratica creativa che per lei non era mai stata soltanto professione, ambizione o linguaggio, ma il modo scelto per restare al mondo.

Perché raccontare Yayoi Kusama significa inevitabilmente raccontare l’arte, ma significa anche parlare di ossessione, paura, disciplina, guerra, sesso, malattia mentale, femminismo, pacifismo, solitudine, mercato, moda e cultura pop; significa attraversare il Giappone imperiale e la New York ribelle degli anni Sessanta, la Biennale di Venezia e gli happening contro la guerra in Vietnam, gli anni dell’oblio e quelli della consacrazione planetaria, fino alle file interminabili davanti alle sue Infinity Mirror Rooms e alle gigantesche installazioni di Louis Vuitton nelle capitali del mondo.

Ridurre tutto questo alla “regina dei pois”, come è stata chiamata per decenni, sarebbe quasi un’ingiustizia.

Prima dei pois c’era una bambina che aveva paura di ciò che vedeva

Yayoi Kusama era nata il 22 marzo 1929 a Matsumoto, nella prefettura di Nagano, all’interno di una famiglia benestante che commerciava sementi e gestiva vivai, ed è proprio in quell’universo di fiori, piante, semi e soprattutto zucche, apparentemente lontanissimo dalle gallerie di New York in cui sarebbe approdata trent’anni più tardi, che bisogna cercare una delle origini del suo immaginario, perché la natura che circondava la bambina Kusama non era soltanto qualcosa da osservare e disegnare, ma qualcosa che nella sua percezione poteva improvvisamente animarsi, moltiplicarsi e inghiottirla.

Raccontò più volte di avere cominciato molto presto a sperimentare allucinazioni visive e uditive, con fiori che sembravano rivolgerle la parola, pattern che si estendevano sulle superfici e punti che invadevano lo spazio fino a cancellare la distinzione tra il proprio corpo e ciò che la circondava; invece di fuggire da quelle immagini, Kusama cominciò a riprodurle sulla carta, trasformando progressivamente il gesto artistico nel tentativo di dominare ciò che la terrorizzava e inventando, senza poterlo ancora sapere, alcuni degli elementi che decenni dopo avrebbero reso la sua opera immediatamente riconoscibile in ogni parte del pianeta.

L’infanzia, tuttavia, fu tutt’altro che idilliaca, perché il rapporto tra i genitori era tormentato, la madre osteggiava apertamente la sua vocazione artistica e la giovane Yayoi crebbe dentro una struttura familiare rigida dalla quale avrebbe cercato di emanciparsi con la stessa determinazione con cui, più avanti, avrebbe cercato di emanciparsi dalle regole dell’arte giapponese, dal ruolo assegnato alle donne e infine da ogni confine tra pittura, scultura, performance e vita.

Poi arrivò la guerra e Kusama, ancora adolescente, lavorò in una fabbrica impegnata nella produzione di materiale destinato all’esercito giapponese, mentre il Paese attraversava la fase finale e devastante del secondo conflitto mondiale; quella esperienza avrebbe lasciato un segno profondo nella sua visione e aiuta a capire perché, molti anni più tardi, nella New York della guerra del Vietnam, l’artista dei pois avrebbe trasformato il proprio lavoro anche in una protesta radicalmente pacifista.

Dopo il conflitto studiò pittura tradizionale Nihonga a Kyoto, imparandone la tecnica ma sentendone presto soffocanti le convenzioni, perché Kusama non voleva semplicemente diventare una brava pittrice all’interno di una tradizione già definita: voleva trovare una forma capace di contenere ciò che vedeva quando chiudeva gli occhi e ciò che la società nella quale era cresciuta non sembrava avere alcun linguaggio per descrivere.

La lettera a Georgia O’Keeffe e il sogno americano

Una delle immagini più belle della sua biografia non è un’opera, ma una lettera, perché negli anni Cinquanta una giovanissima artista giapponese che non aveva ancora alcun peso sulla scena internazionale decise di scrivere a Georgia O’Keeffe, una delle donne più importanti dell’arte americana, inviandole alcune immagini dei propri lavori e chiedendole sostanzialmente come potesse riuscire ad affermarsi negli Stati Uniti.

È un episodio che, riletto oggi sapendo ciò che Kusama sarebbe diventata, possiede qualcosa di quasi cinematografico, ma rivela soprattutto una caratteristica che accompagnerà l’artista per tutta la vita: dietro la fragilità psichica e l’immagine pubblica spesso costruita intorno alla vulnerabilità esisteva una donna di ambizione feroce, lucidissima nel........

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