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Iran, Tanzania e Kilimangiaro: le spedizioni estreme che sfidano i limiti umani

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19.06.2026

Michael Bolognini racconta l’«Extreme Essential»: spedizioni estreme senza tenda, tra Asperger, natura e sopravvivenza

Abbiamo incontrato Michael Bolognini, un uomo che ha trasformato le sue barriere invisibili in ponti verso l’ignoto. Ex pluricampione italiano di lancio del giavellotto, abituato per anni a misurare la perfezione in rigidi millimetri sulla pedana, Bolognini ha deciso di spogliarsi di ogni comfort per abbracciare l’imprevedibilità assoluta dei luoghi più selvaggi del pianeta. E lo fa in un modo che definire estremo è quasi riduttivo: senza tenda, senza «piano B», armato solo di un sacco a pelo e di una vulnerabilità radicale che trasforma la paura in istinto di sopravvivenza.Alla base della sua particolarissima filosofia esplorativa, ribattezzata metodo «Extreme Essential», c’è la sindrome di Asperger. Quella condizione che, nel caos della nostra società iperconnessa, si traduceva spesso in un opprimente sovraccarico sensoriale e in attacchi di panico, là fuori, in ambienti privi di confini, si è rivelata un dono straordinario. Un’iperfocalizzazione che gli permette di entrare in una connessione ancestrale con la natura.Reduce da un’intensa traversata in solitaria in Iran, dove ha toccato con mano la dolcezza di un popolo disarmante poco prima che i cieli si oscurassero per i drammatici venti di guerra, l’esploratore ha già lo sguardo rivolto verso l’Africa. In vista della sua imminente e titanica spedizione in Tanzania, in programma per il prossimo ottobre 2026, lo attendono prove ai limiti delle capacità biologiche umane: dai giorni di asfissia sensoriale nel cuore di una giungla equatoriale, fino agli sbalzi termici vertiginosi per raggiungere il ghiaccio perenne del Kilimangiaro, dove dormirà a cielo aperto a -20°C.Per Panorama, ci siamo fatti raccontare cosa scatta nella mente di un uomo quando decide di spegnere il rumore del mondo, accettando di essere solo un «dettaglio trascurabile» di fronte alla furia degli elementi, per riuscire a riscoprire la delicata, sconvolgente essenza dell’essere umano.

Lei è stato un pluricampione italiano nel lancio del giavellotto, abituato alla misurazione millimetrica e alla rigida disciplina dello sport professionistico. Come si trasferisce questa ricerca ossessiva della perfezione in un ambiente naturale dove, come lei stesso afferma, non esistono i confini precisi di un palazzetto dello sport?

Nello sport la perfezione è un numero, una linea tracciata sul prato. Il giavellotto mi ha insegnato la disciplina del gesto, ben prima di farmi sentire il primo in Italia. Ma c’è una radice ancora più profonda nella mia ricerca: la sindrome di Asperger. Per anni, nella società, questa condizione è stata una barriera, un filtro che rendeva il mondo umano troppo rumoroso, caotico, a volte indecifrabile. Nello sport, però, quel limite si trasformava in un dono: un iperfocalizzazione assoluta, la capacità di isolare un singolo dettaglio e portarlo all’estremo. Eppure, la sfida vera non era superare gli avversari, ma gestire ciò che all’epoca non sapevo ancora nominare: gli attacchi di panico, puntuali a ogni singola gara.

​Quando ho iniziato a immergermi nei luoghi più........

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