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Geni, imprenditori e Nobel: quanti eroi senza laurea

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29.08.2026

L’associazione fra livello d’istruzione e orientamento politico che, pronunciata da un esponente di primo piano del Pd (Stefano Bonaccini), possiede l’eleganza di un invito a cena seguito dalla richiesta di esibire il diploma all’ingresso non stupisce più di tanto. È una tentazione ricorrente di certa sinistra voler rappresentare il popolo e, contemporaneamente, fargli l’esame. Per l’ex governatore i laureati sarebbero tutti compagni mentre gli «ignoranti da compatire, quando non da rieducare» voterebbero per il centrodestra. Eppure stabilire una relazione fra titolo di studio, intelligenza, talento, capacità e persino consapevolezza politica conduce su un terreno sul quale la storia si diverte da sempre a disseminare bucce di banana. Cominciamo dalla scienza. Guglielmo Marconi non frequentò l’università. Si formò privatamente coltivando da autodidatta la passione per la fisica. Però fu lui a inventare la telegrafia senza fili. Dopo arrivò, nel 1909, il Nobel per la Fisica. Prima cambiò il mondo della comunicazione, poi il diploma.

Se dalla fisica passiamo alla letteratura, la situazione per i teorici del titolo obbligatorio non migliora. Grazia Deledda raccontava con semplicità: «Andai solo alla scuola elementare di Nuoro». A tredici anni inviava già i suoi racconti alle riviste. E nel 1926 le assegnarono il Premio Nobel per la Letteratura. E ancora: Dario Fo si iscrisse ad Architettura al Politecnico di Milano. Gli mancavano pochi esami quando decise di abbandonare gli studi, ormai conquistato dal teatro. Anche a lui nel 1997........

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