Il Nobel per la pace che piace ad Hamas
Ieri, quando il comitato norvegese le ha assegnato il premio Nobel per la pace, Navi Pillay era seduta nell’aula 600 del palazzo di giustizia di Norimberga. È la stanza dove nel 1945 gli Alleati processarono i gerarchi del Terzo Reich, ascoltarono l’accusa, soppesarono la difesa, fecero sfilare i testimoni e soltanto alla fine, a dibattimento esaurito, emisero le sentenze. Con Israele la giurista sudafricana ha fatto l’esatto contrario: ha emesso la condanna aggirando la noia del processo. Non stupisce, quindi, che ad applaudire la decisione di Oslo sia stata Hamas. Fra i complimenti arrivati alla medagliata, quelli di Bassem Naim, dirigente dell’organizzazione terroristica che il 7 ottobre 2023 ha massacrato milleduecento ebrei, compresi i bambini bruciati che Corrado Formigli ha avuto il privilegio di non vedere, sono senza dubbio i più sinceri. Naim ha parlato del riconoscimento come un «messaggio di speranza». E dal suo personalissimo punto di vista non ha torto. E dire che fino al 2008 la biografia di Pillay il premio lo avrebbe meritato per davvero. Nata a Durban nel 1941 in una famiglia tamil, figlia di un autista di autobus, fu respinta dagli studi legali perché riservati ai bianchi.
Non si piegò: nel 1967 aprì uno studio suo per difendere gli oppositori dell’apartheid e i detenuti politici di Robben Island, l’isola-prigione da cui uscì Nelson Mandela. Fu proprio Madiba da........
