Giustizia, perché la riforma «non toglie e non aggiunge»
di Giovanni D’Angelo*
La conclusione del primo anno di Presidenza Trump è coincisa con l'entrata nel vivo della campagna referendaria per la riforma costituzionale della giustizia.
Il tycoon che governa alla Casa Bianca ha festeggiato la ricorrenza esaltando quelli che definisce successi e che, secondo la stragrande maggioranza degli analisti, sono espressione di una concezione autocratica della politica.
La consultazione referendaria è invece, va sottolineato, una vicenda in cui si inverano in termini dialettici anche aspri le dinamiche della nostra democrazia costituzionale che sono lontane anni luce da quelle che l'aspirante autocrate Presidente statunitense intende imporre a presidio di un nuovo ordine mondiale.
Una ragione in più, questa netta “frattura” e la sua sinistra incombenza, per porre, sul quesito referendario, domande semplici e risposte il più possibile chiare.
La prima domanda è se la riforma costituzionale migliorerà il servizio della giustizia.
La risposta: la revisione non migliorerà il funzionamento del servizio giudiziario. La riforma, infatti, «non toglie e non aggiunge» (parole del giurista Giovanni Verde) perché «i tempi sempiterni dei processi tali rimarranno» e la qualità delle decisioni non migliorerà, travolta com’è dall’inderogabile esigenza di smaltire in tempi rapidi carichi di lavoro soverchianti.
La seconda domanda è se la riforma eliminerà l’errore giudiziario. Anche in questo caso, e spiace ancor di più dirlo, la risposta è negativa. Le regole del processo, infatti, restano quelle del rito vigente, a cui la riforma........
