Dalle colline pratesi al deserto . Rindi e la ricerca sull’Egitto: "Gli oggetti ci dicono ancora tanto"
L’archeologo ha pubblicato un importante lavoro su "Nature" sugli stampi delle maschere funerarie e sulla loro provenienza. "Senza contesto, anche un reperto bellissimo rischia di rimanere muto".
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Dalle colline di Prato al deserto egiziano, passando per musei internazionali e università di primo piano. È il percorso professionale di Carlo Rindi Nuzzolo, archeologo ed egittologo nato e residente a Prato, autore di uno studio appena pubblicato su npj Heritage Science, la prestigiosa rivista scientifica del gruppo Nature dedicata alla ricerca internazionale sul patrimonio culturale. Dietro la pubblicazione c’è un lavoro che nasce prima di tutto sul campo. Negli ultimi anni Rindi Nuzzolo ha partecipato a numerose missioni archeologiche in Egitto, dall’Oasi di Dakhla a Saqqara, fino al sito di Qubbet el-Hawa, dove è supervisore di una tomba di età greco-romana.
"Il lavoro dell’archeologo è fatto di attese, caldo, polvere e pazienza", racconta. "Ma è proprio sul campo che si impara a leggere gli oggetti e a capire cosa possono raccontare". Accanto allo scavo, una parte importante del suo percorso si è svolta nei musei, a contatto con collezioni complesse e spesso problematiche. "Lavorare nei depositi e negli archivi è meno visibile rispetto allo scavo", osserva, "ma è fondamentale per capire cosa sappiamo degli oggetti e cosa invece abbiamo dimenticato". Un’esperienza che ha orientato la sua ricerca verso i temi della provenienza, della documentazione e della tutela del patrimonio. La ricerca pubblicata su Nature affronta infatti un problema centrale per l’archeologia e per i musei: come restituire una storia a reperti antichi che nel tempo hanno perso il loro contesto di origine. Molti oggetti egizi entrati nelle collezioni tra Ottocento e Novecento sono oggi privi di indicazioni precise sul luogo di ritrovamento. "Senza contesto, anche un oggetto bellissimo rischia di rimanere muto", nota Rindi Nuzzolo. L’innovativo studio dell’archeologo pratese si concentra su maschere funerarie in cartonnage dell’Egitto greco-romano, oggi conservate in musei diversi. Attraverso scansioni 3D e analisi digitali della forma, la ricerca ha dimostrato che alcuni esemplari sono stati realizzati con lo stesso stampo, permettendo di collegare un oggetto privo di provenienza a un sito archeologico noto. "La tecnologia non sostituisce l’archeologia tradizionale - sottolinea il ricercatore - ma ci aiuta a verificare relazioni che prima potevamo solo ipotizzare". Il lavoro è stato sviluppato nell’ambito del progetto europeo Craft, finanziato da una prestigiosa Marie Sklodowska-Curie Fellowship, e rappresenta l’incontro tra esperienza di scavo, studio dei materiali e strumenti digitali avanzati. Un approccio che riflette il percorso del ricercatore pratese, formatosi tra l’Italia e l’Australia, con un dottorato alla Monash University, e passato anche dal British Museum, dove ha lavorato in progetti dedicati alla provenienza delle opere e alla lotta contro il traffico illecito di beni culturali. "Studiare il passato significa anche assumersi una responsabilità nel presente – osserva - Ricostruire connessioni perdute aiuta a proteggere il patrimonio e a contrastarne la dispersione". Una ricerca di grande fascino e di grande valore, che nasce lontano dai riflettori, tra scavi e archivi, e che oggi porta il nome di Prato nel dibattito scientifico internazionale.
L’articolo scientifico è consultabile online su:
https://www.nature.com/articles/s40494-025-02218-4
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